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lunedì 10 luglio 2023

Intelligenza artificiale e alienazione

Arrivano i direttori d'orchestra robot. Siamo ben lontani, certamente, dal significato reale di questo lavoro, che è di altissimo livello intellettuale, artistico, spirituale. Ma probabilmente i progettisti credono che questo mestiere consista soltanto nel dare il tempo, e magari gli attacchi, come del resto fanno anche molti giovani direttori attuali, affascinanti forse più dai guadagni e dalla notorietà, che dallo studio tenace, assiduo e severo, quello studio incessante che caratterizzò, a suo tempo, i Bruno Walter, i Bernstein, i Karajan.

Recentemente una autorevole rivista ha pubblicato una notizia analoga e forse ancora più inquietante: in una chiesa cristiana della Germania (non importa di quale confessione) per la prima volta è stata sperimentata la possibilità di una funzione liturgica con predicazione, interamente gestita da una "Intelligenza Artificiale" ("Artificial Intelligence", acronimo AI). In uno schermo posto al centro della chiesa vari avatar (ossia la rappresentazione virtuale di persone umane) hanno intonato canti e preghiere, ed inoltre uno di questi ha predicato sul testo biblico della domenica.

I partecipanti, circa trecento persone, sembra abbiano apprezzato, nonostante la monotonia delle voci, le "espressioni facciali neutre" e l'eloquio a volte troppo veloce. Il 98% della funzione è stato creato dalla macchina e il ricercatore che l'ha ideata ritiene che ciò possa "liberare un po' di tempo e rendere più semplice il lavoro quotidiano".  Ad alcuni partecipanti è sembrato che, oltre alla voce monotona, al predicatore mancassero "cuore ed anima". Possiamo immaginarlo...

L'ideatore del predicatore -robot afferma anche che "l'AI si impadronirà sempre più delle nostre vite".  Ecco, "si impadronirà": verbo significativo, infatti deriva dal sostantivo "padrone", un concetto che ovviamente implica dei "sudditi" e mette in discussione il valore fondamentale della libertà.

Leggendo questa notizia, la prima e più banale osservazione che mi viene di fare riguarda l'economia del tempo che questa trovata produrrebbe nel lavoro pastorale: tutto ciò potrebbe indurci ad una riflessione un po' rozza sulla voglia di lavorare, oppure una più approfondita sul senso della vocazione pastorale, e ancora oltre, sul senso di una vita umana che, definitivamente liberata dalla fatica del lavoro, potrebbe vedersi ridotta ad un dolce far niente, ossia nel consumismo sempre più vorace di ogni prodotto.

Per quanto riguarda i canti, essendo io musicista e docente di musica, so bene quanto siamo lontani ancora da un prodotto informatico soddisfacente, con la tecnologia attuale; ma, al di là di questo, una volta privati dell'emozione di cantare con la nostra gola e di suonare con il nostro corpo, cosa ci rimarrà del nostro rapporto con la musica? Solo una fruizione passiva, presumo e temo.

Per la predicazione, mi pare che questo intervento della AI vada incontro ad un'idea di performance pastorale nella quale già da tempo si confondono la funzione liturgica della predicazione e quella cattedratica della lectio magistralis; ma anche in questo caso, la macchina verrebbe a sostituire quell'elemento di creatività personale che comunque pertiene sia alla predicazione pastorale, sia alla dotta lezione accademica.

Un  pericolo poi molto preoccupante è che la liturgia perda definitivamente il suo carattere di relazione con il Trascendente (che è un bisogno fondamentale di ogni essere umano) e si riduca ad una dimensione di "consumismo ecclesiastico", in tutto analoga ad ogni altra forma di consumismo, da quello alimentare a quello ludico a quello sessuale. 

Immancabile, da parte dei sostenitori entusiasti di questi esperimenti, il riferimento al genio di Galileo e alla persecuzione che la sua opera di ricerca scientifica dovette subire. Ma a me pare, appunto, un equivoco: nell'entusiasmo per il "nuovo" si perde di vista lo scopo per il quale una ricerca scientifica dovrebbe sempre essere condotta. Se intendessimo il "progresso" come valore in se stesso, allora potremmo guardare ad ogni evoluzione tecnologica, qualunque essa sia, come valore. Ma se pensiamo, ad esempio, al "progresso" che dalla fionda ha portato alla bomba atomica, ci è lecito dubitare di questo valore, inteso in modo assoluto ed acritico, e sospettare che non tutto ciò che si perfeziona tecnicamente è utile e benefico per l'umanità. Sappiamo invece quanto l'umanità sia portata ad un uso perverso e malefico anche delle migliori innovazioni.

In tempi recenti abbiamo assistito ad una mitizzazione della scienza, che è assurta quasi ad idolo, oggetto di un culto religioso che, a ben vedere, rappresenta una contraddizione in termini, negando infatti la funzione principale della scienza, che è la ricerca assidua, e che certamente non ha lo scopo di trascendere i valori fondanti dell'umanesimo.

Il robot viene presentato come dotato di una intelligenza tale da essere in grado di "distinguere il bene dal male", il che è particolarmente inquietante, se pensiamo ai rischi di una manipolazione preventiva, secondo la quale il programmatore (diabolico) potrebbe prestabilire cosa effettivamente sia bene e cosa sia male: una tentazione antica quanto l'uomo.

Siamo di fronte ai rischi del "transumanesimo", ossia ad una visione del mondo che sembra voler ormai prescindere dalla presenza umana, può farne a meno, e innanzitutto può fare a meno di ciò che maggiormente qualifica l'umanità, ossia la possibilità di porsi in relazione con il mondo, con la natura, e con i propri simili.

Lo sbocco inevitabile del transumanesimo è l'alienazione, ossia la scissione della persona umana da se stessa, fagocitata da enti superiori che, in ultima analisi, traggono profitto dalla disumanizzazione del mondo, come già avvertivano Marcuse e tutti i sociologi della scuola di Francoforte. E infatti il termine stesso "alienazione" sembra ormai scomparso dal linguaggio corrente, così come scomparsi dal dibattito pubblico tutti coloro che ne hanno avvertito i pericoli e la tragicità, da Marx al citato Marcuse, da Freud a Jung, da Gunther Anders a Erich Fromm.

E quindi la nostra società sta andando rapidamente nella direzione tragicamente prefigurata da George Orwell nel suo capolavoro, "1984", ancora oggi definito "distopico", come quando fu scritto nel 1949, anche se invece sembra quasi che la realtà voglia ora superare la tormentata fantasia dell'autore, che già prevedeva ed ha così ben descritto la catastrofe disumanizzante.

Siamo circondati, soggiogati ed anche sedotti dalle app, dai pass, dagli spid, tutte prove di funzionamento di quel sistema di credito sociale, già ben attivo in alcuni paesi, secondo il quale i diritti fondamentali (quelli ad esempio così esemplarmente esposti dalla Dichiarazione Universale) sono definitivamente sottoposti all'obbedienza a prescrizioni imposte dall'alto, dal Potere economico; e sono imposizioni che possono sembrare giuste e necessarie (ed in alcuni casi forse lo sono) ma che, in un sistema generalizzato, potrebbero anche diventare orrori, come descritto da Orwell nel suo vecchio ed attualissimo romanzo.

Tornando all'esempio del celebrante liturgico, molti, soprattutto nel cristianesimo riformato, sono felici di trovare in questa AI un efficace antidoto contro il "pericolo" della sacralizzazione del rito. Preoccupazione ingenua, considerato che la sacralizzazione è un meccanismo insito nell'inconscio di ogni persona, e quindi pensare di riuscire ad evitare la sacralità del rito significa solo spostare il proprio bisogno di trascendenza su altri oggetti, su altri idoli, inconsapevolmente.

Di fronte a questi scenari, abbiamo il dovere di difendere la nostra umanità, combattere ogni forma di alienazione, da quella storica, sociale, a quella psicologica, fino a queste nuove minacce tecnologiche. Dobbiamo mantenere viva la nostra capacità di costruire relazioni, col mondo, con la natura, con i nostri simili; dobbiamo preservare e coltivare la nostra intelligenza emotiva e la nostra capacità di empatia.

Dobbiamo tornare a capire il valore dei ministeri, nelle chiese: la saggezza dell'anziano, il servizio del diacono, l'intelligenza pregna di umanità e di creatività del predicatore, la passione assidua del ricercatore e dello studioso.

E, se siamo musicisti, dobbiamo preservare il valore di una esecuzione umana su strumenti meccanici, che respirano con il nostro respiro e rispondono sensibilmente al nostro tocco, alla nostra pressione, all'alito del nostro fiato. Dobbiamo salvaguardare la relazione umana, intellettuale ed affettiva, che si instaura tra musicisti che suonano e cantano insieme, ed anche tra i musicisti e un direttore che li guida con mano sapiente, donando alla comunità la sua arte, che è fatta di intelligenza, di cuore, di gesti del proprio corpo. Dobbiamo salvare la dimensione umana della musica, come ci hanno insegnato i grandi di ogni epoca.

Infine, dobbiamo custodire, curare, coltivare la nostra anima, la spiritualità interiore che appartiene ad ogni essere umano, sia esso credente o non credente: perché essa è un bisogno profondo, è costitutiva della nostra natura, è l'essenza più intima e profonda della nostra vita.

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domenica 11 dicembre 2022

Anoressia e fede cristiana

 L'anoressia è uno dei fenomeni ricorrenti in questa nostra società tormentata. Le cause di questo disturbo sono molteplici e non è possibile ridurle a poche formule di comodo; occorre un approfondimento che sia in grado di scandagliarne la complessità, sotto molteplici aspetti: sociali, psicologici ed anche spirituali.

Anoressia
Clara Brunello, Viva di nuovo

E' ciò che riesce a fare molto bene un libro che mi è capitato di leggere in questi giorni: "Viva di nuovo. Come sono guarita dall'anoressia" di Clara Brunello (Milano, Paoline, 2012). L'autrice "è una giovane donna del Nord Italia, che svolge una attività artistica a livello internazionale e ha scritto diversi libri. Avendo anche lei dolorosamente attraversato e poi positivamente superato l'esperienza dell'anoressia attorno ai venticinque anni, cerca da allora di offrire una speranza e una testimonianza a persone che sperimentano la stessa sofferenza", come si legge nel risvolto di copertina.

Ed effettivamente il valore del libro sta nel fatto di non essere un testo teorico, bensì la testimonianza viva e drammatica, drammaticamente sincera, di un vissuto che l'Autrice ha attraversato con la propria personale sofferenza. Il dono che ella ci fa è duplice: da un lato una autoanalisi molto approfondita e sensibile, dall'altro una apertura verso la dimensione spirituale, che si traduce in una relazione positiva con Dio, mediante la preghiera, la meditazione della Parola biblica e l'esercizio di pratiche liturgiche efficaci.

Bellissimo libro, dunque, di cui consiglio la lettura sia a chi attraversa questa difficoltà, sia a chi desidera essere d'aiuto nei confronti delle persone sofferenti. Aggiungerò in coda una osservazione critica, che certamente non intende sminuire il valore del testo, ma piuttosto evidenziare un problema culturale importante nella riflessione teologica contemporanea.

Due sono i grandi valori di questo libro. Il primo è la capacità acuta e sensibile di analisi e di autoanalisi. Vengono analizzate le situazioni esistenziali che caratterizzano la persona, che sono molteplici e non riconducibili ad un'unica causa. Vi è evidenziata la frenesia di una attività di lavoro e di studio che diventa ossessiva, e si complica con l'importanza eccessiva data al bisogno di successo, di fama, di celebrità, l'ansia di prestazione e la competitività, con conseguenze negative anche nelle relazioni umane, "inquinate" dalla condizione di concorrenza. Quindi, un senso di superiorità e di orgoglio; ma, accanto a questo, il suo aspetto opposto, solo apparentemente contradditorio, ossia la svalutazione di sé, il complesso di inferiorità, l'insicurezza, il senso di colpa, l'eccesso di autocontrollo e il perfezionismo, che coinvolgono l'aspetto fisico (di cui l'Autrice tenta di sminuire l'importanza, ma che ritorna come un letimotiv incessante nel testo), le relazioni amicali e quelle affettive. E, al tempo stesso, anche una virtù come la "bontà" viene riconosciuta nel suo lato ambiguo, ad esempio come repressione della rabbia, che può avere effetti negativi sulla persona. Emerge anche, tra le righe, una difficoltà di relazione con l'altro sesso: "io vivevo anche la relazione con i ragazzi su un piano di competizione. Mi sentivo una "perdente" nei confronti delle mie coetanee, che mi apparivano tutte assai più belle e più in forma di me e, soprattutto, capaci di attirare l'attenzione dei ragazzi molto più di quanto accadeva a me" (p.14). In conclusione, vi è descritta una forte ambivalenza nei confronti della propria condizione, tra desiderio di guarigione e resistenze forti. La malattia viene quasi personificata con le fattezze di un mostro diabolico che ci possiede.

Un aspetto inquietante, che l'Autrice denuncia in modo esplicito, è l'inadeguatezza di molti tra i cosiddetti "esperti": gli operatori che magari si presentano come specialisti di questi disturbi, ma poi cadono in affermazioni inaccettabili, in comunicazioni inefficaci ed anche in pratiche terapeutiche del tutto inadeguate e spesso nocive, come il caso limite, paradossale, della somministrazione di ben diciotto psicofarmaci nell'arco di una giornata!

Il secondo grande valore di questo libro sta nella prospettiva spirituale in cui si colloca, a partire dalla constatazione che corpo, psiche ed anima sono un'unità inscindibile nella complessità della persona umana. Troviamo perciò bellissime pagine che, a partire dalla proposta di domande sincere da porre alla propria coscienza, suggeriscono la pratica di simboli terapeutici (possono essere oggetti, luoghi, atteggiamenti interiori) e vere e proprie "liturgie terapeutiche", alle quali dedica un paragrafo veramente efficace (pp. 94-103). Si riconosce il valore della fragilità come dono, la presenza di una paura esistenziale che la fede può lenire (come insegna la bellissima citazione del pastore Martin Luther King: "La paura bussò alla porta. La fede andò ad aprire. Non c'era nessuno"), le contraddizioni, le ambivalenze e dunque i limiti della volontà razionale. L'ultimo capitolo e la coda sono una bellissima e confortante dichiarazione di fede nel Dio della Grazia, che non ci giudica ma resta a noi vicino, ci accompagna nella sofferenza e non ci abbandona.

Drewermann
Drewermann, Psicanalisi e teologia morale

Come ho scritto sopra, il libro, bellissimo e straordinariamente efficace nella sua testimonianza, evidenzia anche, tuttavia, un limite culturale che è tipico della riflessione cristiana contemporanea, sia essa cattolica, ortodossa o protestante: il rifiuto della psicoanalisi in ambito cristiano. Mi pare che ancora oggi la stragrande maggioranza dei teologi cristiani (ripeto: di OGNI confessione) mantengano un atteggiamento di critica, di sospetto o anche solo di indifferenza nei confronti di questa grande disciplina scientifica, che pure ha aperto prospettive illuminanti di comprensione dei comportamenti umani, ed anche (si pensi al caso di Jung) con uno sguardo che non smentisce affatto la dimensione spirituale e trascendente dell'approccio personale. I teologi cristiani sono tuttora ostili, o nel migliore dei casi indifferenti, di fronte alle acquisizioni fondamentali della psicoanalisi: se affrontano sistematicamente il problema e accolgono le scoperte scientifiche dei grandi studiosi, vengono dileggiati e anche perseguitati dalle loro stesse chiese, come è accaduto ad Eugen Drewermann, che pure era stato capace di uno straordinario approfondimento della tematiche psicoanalitiche in chiave cristiana (ad esempio nel testo "Psicanalisi e teologia morale"), ma che è stato vittima di una ostilità feroce da parte di suoi colleghi anche molto famosi, tuttavia ligi ad una ortodossia ottusa e cieca. Le cose mi pare non vadano meglio in ambito protestante. 

Anche in questo bellissimo libro di Clara Brunello i temi della psicoanalisi (ad esempio la relazione con i propri familiari, ed in particolare il rapporto ambivalente con la madre) sono toccati, descritti e quasi del tutto capiti, ma poi sembra che l'Autrice si fermi sulla soglia e non riesca ad arrivare alle conseguenze più importanti della sua pur acutissima analisi. Dopo aver analizzato con straordinaria sensibilità le emozioni più profonde, sembra quasi fermarsi ad un approccio comportamentista, più congeniale al razionalismo dell'etica teologica tuttora prevalente.

Ed è un vero peccato, perché in questo modo non si riesce a capire come l'anoressia sia un sintomo di disturbi profondi, tragicamente sommersi nell'oscurità dell'inconscio e che perciò sarebbe necessario riportare in superficie, come la psicoanalisi ha saputo insegnare. Altrimenti si rischia di restare imprigionati o in una recrudescenza dello stesso disturbo, o nel suo riapparire in altre forme, anche con sintomi nuovi ed inaspettati: cosa che è emersa in modo tragicamente evidente in occasione delle recenti vicende sanitarie, con questi fenomeni nuovi di paura, diffidenza, ostilità (ed anche violenza), riassunti nell'inquietante parola "distanziamento", che, dall'ambito sanitario (necessario, ma che avrebbe dovuto essere ad esso circoscritto), si è subito estesa a quello sociale (come esplicitato anche nell'informazione pubblica) e da questo all'ambito affettivo profondo, con conseguenze devastanti per l'equilibrio psicologico delle persone. 

Eppure l'Autrice stessa ricorda (p.69) che l'Apostolo Paolo aveva in qualche modo intuito un aspetto fondamentale del comportamento umano, che la psicoanalisi ha poi studiato con approccio scientifico; infatti, nel capitolo 7 dell'Epistola ai Romani, egli scrive: "non faccio quello che voglio, ma quello che detesto ... non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio". Un vero peccato che la teologia cristiana abbia interpretato queste parole in senso limitatamente moralista (ossia razionalista), anziché coglierne l'intuizione profonda, la capacità di descrizione non superficiale della complessità dell'animo umano.


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