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sabato 10 gennaio 2015

L'educazione e la musica nell'antica Grecia

Musa della danzaNella cultura della Grecia antica il pensiero pedagogico sviluppò la riflessione sulle finalità dell'educazione, sintetizzate nel concetto di ἁρετή (aretè), che indica abilità, eccellenza, forza, agilità, ma anche qualità morali, quali ad esempio la bontà, il coraggio; si potrebbe sintetizzare tutto ciò con la parola virtù (virtus in latino), cioè lo sviluppo di tutte le migliori qualità di comportamento e di pensiero, che possono essere realizzate mediante l'educazione.
Mentre a Sparta prevaleva una cultura militare e l'educazione era dunque rigidamente orientata ad una dura disciplina del corpo e dell'animo, la civiltà di Atene sviluppò (a partire dal VI sec. a. C.) concetti nuovi, che hanno influenzato tutta la cultura occidentale successiva: la forma sociale della democrazia (dovuta allo sviluppo delle attività commerciali e mercantili) significava anche l'emancipazione del singolo individuo da una rigida sottomissione alla collettività; il diritto venne regolamentato da leggi scritte, secondo l'ideale della δίκη (dìke), che significa regola, da cui diritto e quindi giustizia; l'educazione dei fanciulli, παιδεία (paidèia), non fu più limitata ai valori della guerra e dell'ardimento fisico, ma comprese una sensibilità estetica, definita μοΰςα (musa), cioè la cultura delle Muse, da cui deriva anche, etimologicamente, la parola musica; l'obiettivo più alto dell'educazione fu la πολυμάθεια (polimàzeia), cioè la conoscenza di molti saperi, per conseguire la καλοκαγαθία (kalokagathìa), parola che sintetizza gli aggettivi bello e buono e dunque esprime la sintesi di tutte le virtù, sia estetiche che morali.
In questo progetto educativo, la musica e la danza ebbero un grande rilievo, integrate in un ideale di armonia euritmica tra corpo e psiche.
Si tratta in conclusione di una educazione disinteressata, cioè non finalizzata ad un obiettivo strumentale o al semplice apprendimento di una professione.


sabato 24 marzo 2012

La scuola, la musica e la gioia


Émile Jaques-Dalcroze (1865-1950).
L'educazione della sensibilità e della personalità, mediante il ritmo, deve precedere quella dell'orecchio, perché il ritmo è un elemento primordiale della musica.
Tale educazione avrà dato al bambino la possibilità di prendere coscienza di sé. Educato a conoscere il meccanismo di questo suo corpo meravigliosamente costruito, il bambino sentirà nascere e crescere il desiderio di usare pienamente le forze in suo possesso. 
Si svilupperà anche l'immaginazione, poiché la sua mente, libera da ogni tensione e da ogni resistenza nervosa, potrà abbandonarsi alla fantasia.
Egli proverà una gioia profonda, di ordine superiore, perché non si basa su circostanze particolari o esteriori. Ciò che la contraddistingue dal piacere è che essa diventa uno stato permamente dell'individuo. Non dipende né dal tempo né dagli avvenimenti che si verificano intorno a noi; essa è un elemento integrante del nostro organismo.
Tale gioia non si manifesta con scoppi di risa, come l'allegria; può rimanere celata dentro di noi, fiorendo nell'intimità del nostro "io", laddove vibrano tutte le forze attive dell'individuo, forze che non devono essere sprecate, ma orientate, senza soffocarle. 
La gioia nasce nel bambino nel momento in cui le sue facoltà vengono liberate dalle inibizioni.
Questa conoscenza di sé è il risultato di una educazione: è compito degli insegnanti tenaci accendere una piccola fiamma di gioia, che all'inizio brillerà timidamente e irregolarmente, poi illuminerà e alimenterà una sorgente di luce e calore che continuerà ad ingrandirsi diventando sempre più luminosa, calda e benefica.


lunedì 6 febbraio 2012

La figura del maestro secondo Quintiliano

Un estratto da
 Marco Fabio Quintiliano, da Institutio Oratoria
(per ascoltare una lezione su questo argomento, cliccare il link al video indicato in fondo a questo post)
Prima di tutto il maestro assuma nei confronti dei suoi allievi la disposizione d'animo di un padre e pensi che egli subentra al posto di coloro che gli affidano i figli. Egli stesso non abbia vizi e non ne sopporti. La sua severità non sia opprimente e non esageri nel dare confidenza, per non suscitare da una parte odio, dall'altra disprezzo. Parli moltissimo dell'onestà e del bene: infatti, quanto più spesso ammonirà, tanto più raramente punirà; non sia assolutamente irascibile e tuttavia non tralasci le correzioni che si dovranno fare, sia semplice nell'insegnamento, resistente alla fatica, metodico piuttosto che incostante. Risponda volentieri a chi pone domande, interroghi di sua iniziativa chi non ne pone. Nel lodare l'esposizione degli allievi non sia né parco né eccessivo, perché il primo atteggiamento genera in loro fastidio per la fatica, il secondo li fa adagiare nella tranquillità. Nel correggere gli errori non sia aspro e non sia assolutamente offensivo: proprio questo, infatti, allontana molti dal proposito di studiare, ossia il fatto che alcuni insegnanti rimproverano come se odiassero. Egli stesso dica quotidianamente qualcosa, anzi molte cose, che gli ascoltatori possano meditare fra sé. Sebbene infatti dalla lettura derivino sufficienti esempi per l'imitazione, tuttavia alimenta in modo più completo la voce viva, e specialmente quella di un maestro che i discepoli, purché siano stati rettamente formati, amano e rispettano. A malapena si potrebbe dire d'altra parte quanto imitiamo volentieri coloro verso i quali siamo ben disposti.


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Pedagogia
Frontespizio di una edizione dell'opera di Quintiliano
pubblicata a Leida in Olanda nel 1720