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mercoledì 14 settembre 2022

Beethoven e Verdi, musica e testimonianza etica

Beethoven

Due autori, molto importanti, molto significativi, universalmente popolari, Beethoven e Verdi, hanno qualcosa in comune: entrambi sentono molto forte il bisogno di esprimere mediante la musica un ideale di alta moralità, di cui si fanno testimoni. 

Verdi

Non è sempre così, e non è necessario che sia così: può esserci una grande arte nella quale altri valori, non specificamente valori etici, sono altrettanto importanti. Così come la testimonianza etica non è sufficiente a qualificare un’opera come artistica. Ma nel caso di Beethoven e di Verdi è molto evidente questa congiunzione tra arte ed etica, il senso forte della testimonianza accanto alla bellezza della loro musica, che possiamo accostare con animo devoto e umile. 

Presento qui tre pezzi: il primo di Verdi, il secondo di Beethoven, il terzo nuovamente di Verdi, e mi piace questo incastonare il grande Tedesco in mezzo a due opere del grande Italiano. 

Preludio di Rigoletto
Il Preludio del Rigoletto di Verdi preannuncia il tragico tema dell’opera: la maledizione, che cade sul personaggio per aver oltraggiato i sentimenti più intimi di un padre. E lui stesso sarà vittima della ferita più insanabile, con la morte della figlia, suo unico affetto, unico elemento di verità in una vita segnata dalla maschera del buffone di corte. Il male sembra dunque trionfare in questo dramma a fosche tinte, ed è un male causato da un intreccio di responsabilità umane concatenate tra loro. 

Si può ascoltare la mia esecuzione al pianoforte del Preludio di Rigoletto a questo link: https://youtu.be/0MnYMiHVI00


Quartetto di Fidelio
Nel
Fidelio, l’unica opera teatrale composta da Beethoven, trionfa invece il bene. Le malefiche trame dell’antagonista, Don Pizarro, sono sconfitte. Sappiamo bene il percorso di vita tragico e irrisolto dell’uomo Beethoven, afflitto dalla sordità, dalla solitudine esistenziale e da una sostanziale incomprensione da parte della mediocrità del mondo; eppure egli non ha mai abbandonato la volontà, veramente kantiana, di scorgere ed indicare una strada giusta e buona per l’umanità: è il suo grande messaggio all’umanità, a partire appunto da questa opera, e su su fino alla Missa Solemnis e alla Nona Sinfonia. Nel Quartetto del I atto, che suonerò al pianoforte, l’amore si presenta con il carattere ingenuo e istintivo dello stupore: Mir ist so wunderbar, es engt das Herz mir ein. Per me è così meraviglioso, che mi si stringe il cuore


Fidelio Quartet
Si può ascoltare la mia esecuzione al pianoforte del Quartetto Mir ist so wunderbar a questo link: https://youtu.be/e8utiHCdY0c


Ave Maria dell'Otello
Torniamo a Verdi con una delle sue ultime opere, Otello, nella quale, come nel precedente Macbeth e nel successivo Falstaff, il musicista incontra la straordinaria arte poetica di Shakespeare, anch’essa densa di contenuti morali e spirituali. Anche questa è una situazione tragica: Desdemona è consapevole della morte che l’attende, una morte causata, anche in questo caso, dalla cattiveria e dalla debolezza umana, la cattiveria del delatore Iago e la debolezza di Otello, vittima della gelosia e quindi, in ultima analisi, di se stesso. Desdemona rievoca con la sua ancella Emilia una storia di amore deluso e, tramite l’immagine evocativa del salice, esprime tutta la sua sofferenza e il suo smarrimento. Ma, dopo l’esplosione dell’acuto tragico, si accosta all’altarino e prega la Madonna, dapprima con le parole della classica preghiera Ave Maria, declamate come nell’antico tono di lezione; e poi sgorgando in un canto dell’anima, che è rivolto soprattutto al perdono dei peccatori, tutti i peccatori, e dunque per l’innocente, e pel debole oppresso, e pel possente, misero anch’esso. 


Ecco dunque la grande umanità di Verdi, la richiesta di perdono, la compassione per i sofferenti e persino per chi di questa sofferenza è causa attiva. Una prospettiva cristiana, se volete, ma che si può accogliere anche in senso laico: uno sguardo alto sulla debolezza umana, che non significa assolutamente ignorare il male o sottovalutarlo o, peggio ancora, giustificarlo.


venerdì 6 marzo 2020

Il trasporto tonale nella musica vocale

Nella musica vocale è frequente l'uso del trasporto, cioè della trascrizione in altra tonalità, più alta o più bassa, in funzione della tessitura della voce che canta il pezzo.

Trasporto in altra tonalità
Occorre distinguere differenti abitudini a seconda del repertorio. Ad esempio, nella musica operistica la pratica del trasporto non è molto frequente, sia per motivi pratici (occorre trasportare la parte di tutti gli strumenti d'orchestra), sia per non alterare la continuità della musica nella successione delle varie scene (in molti casi retta da precise logiche tonali), sia infine per tradizione consolidata: le arie sono familiari al pubblico nelle tonalità originali e perciò immaginate per un certo tipo di vocalità. Ciò non toglie che accada a volte di trasportare brani operistici, soprattutto quando sono eseguiti come pezzi staccati nell'ambito di concerti: in particolare, ovviamente, quando le arie d'opera sono accompagnate al pianoforte. Così ci è capitato di suonare la parte strumentale dell'arioso di Rodolfo, "Che gelida manina", nella "Bohème" di Puccini, in Do Maggiore anziché nella tonalità originale di Re bemolle, perciò mezzo tono sotto, rendendo quindi meno rischiosi i salti nel registro acuto. Tuttavia si tratta di casi eccezionali e non consigliabili.

432 Hz
Va anche ricordato che il riferimento alla frequenza dei suoni si è progressivamente alzato, passando dall'antico 415 Hz per il 'la' centrale al 440 stabilito normativamente alla metà del XX secolo ed ora anche oltre. Secondo il grande Giuseppe Verdi, l'intonazione ideale sarebbe a 432 Hz. In ogni caso, i cantanti, come gli strumentisti, si sono progressivamente abituati (più o meno forzatamente) a questa tendenza ad elevare la frequenza di riferimento.

Lieder
Molto più frequente il caso del trasporto nella musica vocale da camera: in questo ambito si da per scontato che voci di tessitura diversa possano eseguire lo stesso pezzo. Accade così che uno stesso Lied di Schubert, ad esempio, possa essere eseguito non solo indifferentemente da voce maschile o femminile (con alcune limitazioni determinate da specifici contenuti del testo), ma anche da voci di tessitura diversa, tanto è vero che sono reperibili edizioni stampate in almeno tre tessiture: per voce acuta (soprano o tenore), per voce media (mezzosoprano o baritono) e per voce grave (contralto o basso). Di solito sono reperibili dunque tre tonalità differenti per ogni Lied, tuttavia può darsi il caso di cantanti che, per un singolo pezzo, desiderino tonalità ancora differenti, il che rende necessario il lavoro di trasposizione tonale.

Musica pop
Infine c'è il caso della musica pop, a partire dai classici songs di Gershwin, fino alle produzioni dei cantautori più recenti: anche in questo caso è utile realizzare un trasporto tonale per adattare il pezzo alla tessitura della singola voce cantante.

In un successivo post riporterò alcuni esempi.

In conclusione, in un certo tipo di repertorio è normalissimo adattare la musica alla propria tessitura.

giovedì 9 gennaio 2020

Suonare l'opera al pianoforte. Un esempio da "Cavalleria Rusticana" di Mascagni

Suonare l'opera al pianoforte è una pratica che richiede competenze specifiche: si tratta in particolare di rendere l'idea della versione originale per orchestra, limitandosi al solo pianoforte. Non si tratta ovviamente di "imitare" il suono dell'orchestra, ma piuttosto di "evocarlo" mediante scelte di strumentazione pianistica e di timbro strumentale adeguate all'effetto che si intende simulare.

Mascagni
Prendiamo un esempio, dalla "Cavalleria Rusticana" di Mascagni (1890) e specificamente l'introduzione orchestrale al Coro "Gli aranci olezzano".

La riduzione pianistica che si usa abitualmente è quella classica, realizzata da Leopoldo Mugnone per l'edizione originale Sonzogno del 1891. Notiamo che già nella prima esposizione del tema principale la melodia è raddoppiata all'ottava, mentre la mano sinistra esegue un accompagnamento a parti late che richiede continui salti tra il basso e le parti interne.

Gli aranci olezzano

Successivamente, in corrispondenza con la prima entrata del coro, la scrittura è ancora più massiccia, in particolare nella mano sinistra.

Cavalleria Rusticana

Non si possono fare eccessive semplificazioni per "facilitare" la parte pianistica, perché ciò andrebbe a precludere l'effetto di evocazione del suono orchestrale: non è possibile, ad esempio, eseguire la melodia con tasti singoli, eludendo il raddoppio di ottava e il riempimento in accordi in alcuni momenti di appoggio. Infatti, se osserviamo la partitura d'orchestra, notiamo che inizialmente il tema è dato a tutti gli archi, con raddoppi di ottava tra violini (primi e secondi all'unisono, più l'oboe 1) e viole all'unisono coi violoncelli. L'effetto è già vigoroso e ben sostenuto nel suono, come si può facilmente notare all'ascolto.

Gli aranci olezzano

Nella successiva ripresa, all'entrata del coro, la scrittura orchestrale si fa ancora più massiccia, con l'entrata di tutti i fiati (comprese le squillanti trombe), disposti addirittura su tre ottave, mentre l'accompagnamento è scandito da percussioni e tuba (oltre ai bassi degli archi e dei fiati) e in particolare con i pesanti accordi dei tromboni.

Cavalleria Rusticana di Mascagni

Tutto ciò non si può rendere con un suono leggero e cameristico, ma con un suono potente e massiccio, benché sempre morbido e mai sforzato. La suggestione del suono orchestrale deve accompagnare l'idea sonora del pianista, pronto ad accompagnare anche un grande coro, in questa pagina festosa e luminosa che non lascia presagire ancora l'imminente tragedia che sarà raccontata nell'opera.

Possiamo ascoltare una bella esecuzione orchestrale, diretta dall'autore stesso nel 1940 al Teatro alla Scala di Milano, a questo link.




lunedì 16 dicembre 2019

L'Uccellino d'Oro, di Riccardo Zandonai


Riccardo Zandonai
Ritratto giovanile di Riccardo Zandonai
La fiaba musicale L'uccellino d'oro è un'opera giovanile di Riccardo Zandonai (1883-1944), scritta tra il 1905 e il 1907, subito prima del felice avvio dei suoi trionfi nazionali ed internazionali, che iniziarono con la quasi coeva pubblicazione del Grillo del focolare presso il celebre editore Ricordi. Essa fu composta proprio per Borgo Sacco ed in particolare per le operaie della Manifattura Tabacchi, presso la quale lavorava anche la madre del compositore, Carolina Todeschi. La fiaba fu perciò rappresentata nel Ricreatorio Parrocchiale di Sacco ed eseguita da un cast tutto femminile, in una dimensione di evento amatoriale ma di grande finezza artistica, garantita dalla qualità straordinaria della musica e dalla presenza del compositore stesso al pianoforte. Molti abitanti di Sacco e di Rovereto hanno ancora memoria delle prime esecuzioni, tramite i racconti dei loro nonni.
Il libretto fu realizzato da don Giovanni Chelodi (1882-1922), sacerdote presente a Sacco dal 1905 e destinato poi ad una brillante carriera accademica presso il Seminario Arcivescovile di Trento, purtroppo troncata dalla sua morte prematura.

Manoscritto Uccellino d'oro Zandonai
Nicola Sfredda e il direttore della Biblioteca Civica di Rovereto
con il manoscritto originale di Zandonai
Riccardo Zandonai
Foto di scena, Rovereto, 2019
Uccellino d'oro di Zandonai
Valentina Di Blasio,
l'Uccellino d'oro nella rappresentazione di Rovereto del 2019,
con Nicola Sfredda
Zandonai non trascurò il suo piccolo gioiello neppure negli anni successivi, pur così fecondi e ricchi di attività importanti, come si evince dalle sue lettere e testimonianze. Si sa infatti che la fiaba fu eseguita ancora molte altre volte, almeno fino alla prima guerra mondiale. Tuttavia la partitura originale andò perduta e anche dello spartito per canto e pianoforte si sono ritrovate le tracce in tempi molto recenti: fino a pochi anni fa si dubitava addirittura dell'autenticità dell'opera e il dubbio è stato definitivamente risolto solo con il recentissimo ritrovamento del manoscritto autografo.

L'opera si struttura in tre brevi atti, che alternano le parti musicali alla recitazione, secondo l'antica forma del Singspiel, particolarmente coltivata nei paesi di lingua tedesca e di cui l'esempio più celebre rimane il mozartiano Flauto magico. Le parti solistiche prevedono un soprano leggero di coloratura (l'Uccellino), un soprano lirico (Rosabella), un mezzosoprano (la perfida Matrigna), un tenore (Riccardino) e un baritono, che può cantare due differenti ruoli, dapprima il Re di Terziglio e poi il Cuoco. Molto importante la presenza del coro femminile.

Dopo alcune riprese nel 1946 e una incisione discografica del 1958 (tutte dirette da Silvio De Florian), l'opera è stata nuovamente rappresentata alla Sala Filarmonica di Rovereto il 7 dicembre 2019, sotto la direzione di Nicola Sfredda. Pianista Giorgia Turchi. Regia, scene e costumi di Valentina Cristiani. Produzione dell'associazione Amici dell'Opera di Rovereto. Valentina Di Blasio ha cantato nel ruolo principale. Gli altri ruoli sono stati coperti da Mia Malezija (Rosabella), Marina Serpagli (Matrigna), Alberto Penati (Riccardino) e Rui Ma (Re di Terziglio e Cuoco). Ensemble Vocale Femminile "Giardino delle Arti", preparato da Maria Letizia Grosselli. Compagnia Teatrale "Gustavo Modena" di Mori.

La pianista Giorgia Turchi ha registrato tutta la parte strumentale dell'opera.


Riccardo Zandonai


mercoledì 8 maggio 2019

Le audizioni per L'Uccellino d'oro di Riccardo Zandonai

L'Uccellino d'oro di Riccardo Zandonai
L’uccellino d’oro è una fiaba musicale che fu composta da Riccardo Zandonai (Sacco di Rovereto, 1883 – Pesaro, 1944) per essere rappresentata nell’oratorio del suo paese natale, Borgo Sacco, oggi sobborgo del comune di Rovereto.

Il testo fu scritto da un giovane sacerdote, don Giovanni Chelodi, il quale si ispirò a varie tradizioni narrative nordiche, tra le quali anche una fiaba dei Fratelli Grimm.

Fu rappresentata nel 1907 e poi ripresa nel 1909 per raccogliere fondi a favore dei terremotati di Messina.

L'Uccellino d'oro di Riccardo Zandonai
L'opera fu ricostruita e nuovamente rappresentata dopo la morte del compositore, nel 1946, a cura di Silvio De Florian. Nel 1958 fu poi registrata con l'orchestra dell'Angelicum di Milano.

L'Associazione Amici dell’opera di Rovereto realizzerà un nuovo allestimento in forma scenica, nella riduzione per canto e pianoforte di De Florian.

La rappresentazione avrà luogo sabato 7 dicembre 2019, alle ore 20.45 presso la Sala Filarmonica di Rovereto.

Sono indette audizioni e selezioni per cantanti, attori e figuranti. Vedere alla pagina https://audizioniuccellinodoro.wordpress.com

lunedì 1 aprile 2019

I Promessi Sposi nel teatro d'opera: un progetto didattico

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni
Nel corso del XIX secolo furono realizzati molti adattamenti scenici del grande romanzo di Alessandro Manzoni: potremmo evocare un elenco significativo di "quadri animati, commedie, balli e opere liriche", come si legge nell'importante saggio di Bianca Barattelli, I "Promessi Sposi" di Antonio Ghislanzoni, pubblicato sulla rivista "Esperienze letterarie", anno XI n. 4, ottobre-dicembre 1986.

I due lavori teatrali più famosi furono quello di Amilcare Ponchielli, rappresentato a Cremona nel 1856 e in seguito, su libretto riveduto da Emilio Praga, al Teatro Dal Verme di Milano nel 1872; e quello del palermitano Errico Petrella, su libretto di Antonio Ghislanzoni (il librettista di Aida), rappresentato nella città manzoniana, Lecco, nel 1869. Due lavori diversi, che già nelle scelte librettistiche si differenziano, pur nella comune derivazione dalla grande fonte letteraria.

I Promessi Sposi di Ponchielli
Insieme al basso Francesco Azzolini abbiamo realizzato un progetto didattico su questo argomento, così suggestivo e così utile per accostare musica e letteratura con criterio interdisciplinare. Si è avuta l'occasione per spiegare ai giovani studenti liceali la struttura tipica dell'opera lirica romantica, con una breve introduzione sullo sviluppo storico di questo genere musicale (fin dalle sue origini tardo-rinascimentali) e sulle sue principali forme, in particolare la distinzione tra recitativo ed aria, che ancora nell'Ottocento italiano permane, seppur inquadrata nella grande scena d'opera e arricchita da tutti i mezzi (strumentali e timbrici, vocali, armonici, scenici) che sono propri del linguaggio musicale romantico. 

Inoltre si è spiegata ai giovani la differenza tra i vari tipi vocali, illustrando le grandi suddivisioni della voce femminile (soprano, mezzosoprano, contralto) e, all'interno di queste, le ulteriori caratterizzazioni, in particolare del soprano, nel senso della vocalità leggera, lirica, lirico-spinta o drammatica; ed altrettanto per le voci maschili (tenore, baritono, basso), tutte corredate da esempi audio e video tratti da varie opere e arricchite dall'ascolto di celebri voci. Si è dato modo ai ragazzi di osservare bozzetti di scene e costumi tratti dalle prime rappresentazioni; particolarmente interessante il bozzetto della cappella, aperta a giorno, del lazzaretto, del tutto analoga a modelli reali tuttora visibili, ad esempio a Verona.

Amilcare Ponchielli I Promessi SposiDopo ciò. il progetto si è addentrato nella presentazione dei due lavori, di Ponchielli e di Petrella, evidenziando le differenze, non prima di aver chiarito cosa accade quando da un testo letterario complesso come è un grande romanzo si passa alla sua riduzione scenica e musicale, con conseguente semplificazione da un lato, e ulteriore arricchimento espressivo, dato dalla specificità della musica, dall'altro.

I Promessi Sposi di Amilcare Ponchielli
Amilcare Ponchielli
La riduzione teatrale dei Promessi Sposi da parte dei librettisti di metà Ottocento, in particolare Praga e Ghislanzoni, entrambi esponenti della Scapigliatura (come anche il celebre Arrigo Boito) ha permesso di inquadrare queste opere nell'ambito dello sviluppo letterario del tempo, nella dialettica che legava questi autori al grande modello manzoniano, a questo gigante ancora vivente all'epoca (morì infatti nel 1873), al quale i giovani da un lato desideravano opporsi, in nome di un'arte nuova  e di nuovi contenuti, ma del quale dovettero tuttavia riconoscere la grandezza, fino a lavorare proprio alla stesura di libretti tratti dal grande romanzo. Analogamente accadde a Boito, inizialmente giovane contestatore del sommo Verdi e poi, in seguito, insigne collaboratore della sua straordinaria creatività senile.
I Promessi Sposi di Errico Petrella
Errico Petrella

Nel corso del progetto didattico, la presenza del cantante e del pianista ha permesso ai giovani di ascoltare dal vivo alcune pagine significative, in particolare due grandi arie di Fra Cristoforo nella versione operistica di Ponchielli. Inoltre sono state proposte alcune semplici interazioni con gli studenti, ad esempio proponendo ad un ragazzo la parte di "figurante" e poi coinvolgendo tutto il gruppo nella esecuzione responsoriale di semplici frasi corali, alternate al canto del solista.

I Promessi Sposi di Ponchielli


venerdì 22 marzo 2019

Massimo Mila, Lettura delle Nozze di Figaro

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro
Massimo Mila (1910-88) fu un grande musicologo e critico. Nato a Torino, fin dagli anni giovanili fu in contatto con personaggi importanti della cultura italiana, come Pavese, Ginzburg, Bobbio, Einaudi. Antifascista, patì il carcere. Fu anche traduttore dal tedesco di importanti opere letterarie, ad esempio da Goethe e da Hermann Hesse.

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro
Tra i suoi lavori musicologici, nei quali sapeva unire la profondità del pensiero con la semplicità e la chiarezza di una esposizione sempre piacevole e affabile, vorrei ricordare oggi "Lettura delle Nozze di Figaro", che Einaudi pubblicò nel 1979 nella celebre collana "Piccola Biblioteca", dedicata all'arte, all'architettura, al teatro, al cinema e alla musica.

Si tratta di un ciclo di lezioni tenute nell'anno accademico 1969-70 per gli studenti dell'Università di Torino. Il sottotitolo esprime la chiave interpretativa dell'autore: "Mozart e la ricerca della felicità".

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro
Il capolavoro mozartiano (tratto come ben noto dalla commedia di Beaumarchais, adattata per l'opera in musica da Lorenzo Da Ponte e rappresentata a Vienna nel 1786) è inquadrato nel contesto dell'evoluzione del teatro musicale del Settecento, di cui Mozart rappresenta l'espressione più alta.

Mila inquadra l'opera del genio di Salisburgo nel contesto del Settecento musicale, nel progressivo maturare ad una concezione più moderna del teatro: si tratta del superamento dell'antica distinzione tra opera seria e opera buffa, nella quale il genere serio rappresentava una sorta di "opera-concerto", puro pretesto per la fioritura di meravigliose arie, e l'opera buffa era fondata su caratteri tipicizzati e stereotipati. La riforma di Gluck non aveva inteso perseguire la sostituzione del melodramma serio con altro ideale drammatico, ma solo un intento di ripulirlo dagli abusi, in particolare derivanti dal virtuosismo dei cantanti.

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro

L'evoluzione dell'opera comica, verso la metà del secolo, era consistita nella maggiore osservazione della vita e dei caratteri psicologici. La staticità lasciava il posto al dinamismo, in particolare nei concertati, nei quali i vari personaggi si confrontano in dialogo serrato, interagiscono, si scontrano. Lo stesso Da Ponte, nelle sue "Memorie", definì il finale d'atto "una specie di commediola o di picciol dramma da sé ... in questo principalmente deve brillare il genio del maestro di cappella, la forza de' cantanti, il più grande effetto del dramma ... e trovar vi si deve ogni genere di canto". Così fece Mozart negli straordinari Finali del II e del IV atto delle "Nozze". Il Finale II, ad esempio, "ingloba cinque scene ... e dà luogo a otto pezzi musicali distinti, ma susseguentisi senza interruzione, quando non addirittura concatenati e confluenti l'uno nell'altro" (Mila, p. 93).

L'opera comica aveva già conosciuto un'importante evoluzione con i lavori di Piccinni, Cimarosa, Paisiello, nell'accoglimento di nuovi contenuti (sentimentali, patetici, perfino tragici) e di conseguenza "un più denso e articolato pensiero musicale" (p. 13).

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro
Nella riduzione librettistica di Da Ponte si nota una attenuazione della polemica politica di Beaumarchais, pur mantenendone l'assunto di fondo: il punto di vista che privilegia l'evoluzione sociale e culturale del Terzo Stato di fronte alla decadenza dell'aristocrazia. Limitando il contenuto più manifestamente politico, secondo il Mila, Mozart "spoglia la trama di gran parte della sua 'attualità', per portarla in quell'eterno sempre valido dove vivono i capolavori" (p. 20): la rappresentazione della "eterna ricchezza della vita dell'uomo, visto in una luce di superiore umorismo ironico", come già aveva evidenziato il grande studioso di Mozart, Hermann Abert (1871-1927), nella sua monumentale monografia del 1919-24.

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro
I personaggi ci appaiono in un perpetuo movimento, nel quale si spiegano sempre nuovi aspetti del loro carattere concreto, mobile, cangiante e imprevedibile, come la vita stessa. La forza motrice che genera questo movimento è l'amore: non a caso l'opera si conclude con la soluzione di quattro diversi accoppiamenti: Susanna con Figaro, la Contessa riconciliata con il Conte, Cherubino con Barbarina, Marcellina con Don Bartolo.

Già nella Ouverture strumentale introduttiva, come ci ricorda il Mila citando Abert, "è stato messo in musica ... il naturale, sfrenato impulso vitale nel suo aspetto sereno, di gioia dell'esistenza. Tutto è movimento alla più alta potenza, in questo pezzo". Perciò il MIla sottolinea che l'Ouverture "prefiguri e compendi il significato stesso dell'opera" (pp. 28-29).

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro
"Le Nozze di Figaro" non rappresentano dunque più un esempio di derbkomisch, cioè di comicità cruda, fine a se stessa, satirica, caricaturale, bensì un preannuncio del concetto romantico di ironia, inteso come la rappresentazione della condizione umana (gioia e sofferenza), alla quale l'autore partecipa personalmente, coinvolgendo anche il pubblico e conducendolo verso la sfera alta della compassione, senza peraltro indulgere al sentimentalismo e alla retorica, ma quasi dissimulando. L'ironia mozartiana viene definita dal Mila col termine litote, che in retorica consiste nell'attenuazione dell'enfasi, ottenuta mediante negazione del contrario (ad esempio: "non sto molto bene", anziché "sto male"), al fine di eufemismo o anche di ironia. La litote mozartiana è per Mila il "pudore espressivo, la sensibilità acuta di quello che si può dire e di quello che deve soltanto essere accennato, suggerito; il riserbo, il rifiuto delle grandi parole, e della retorica che così facilmente vi si annida" (p. 182).

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro
Tutto ciò conduce all'espressione di un preciso messaggio morale, che consiste in una generale, grandiosa assoluzione, in un affettuoso abbraccio di solidarietà umana, di reciproca comprensione, culminante nella richiesta di perdono rivolta dal Conte alla Contessa e all'accoglimento da parte di lei. Il Finale IV è visto dal Mila come "una svolta storica nella concezione poetica della notte, e fa da cerniera tra il superficiale edonismo settecentesco e la suggestiva concezione romantica". Con la risposta della Contessa alla richiesta di perdono del Conte "di colpo ci troviamo trasferiti in un clima religioso ... è un corale religioso, pieno di devozione e di fervore ... che proclama la suprema aspirazione dell'anima di Mozart ... che si appoggiava disperatamente al mito della felicità, all'età dell'oro, del paradiso terrestre che deve ritornare, cancellandosi attraverso la bontà e l'indulgenza le tracce del peccato originale" (p. 177).

La "religione" che Mozart intende esprimere, chiarisce il Mila, è dunque la ricerca della felicità, secondo la concezione giusnaturalistica teorizzata da Locke e poi dagli illuministi francesi. Il nostro critico collega acutamente questa teoria con il pensiero moderno di Sigmund Freud, espresso in particolare nel saggio "II disagio della civiltà" ("Das unbehagen in der Kultur", 1930). La ricerca del paradiso terrestre, secondo Freud, è contrastata dal nostro corpo, dal mondo esterno e dalle nostre relazioni interpersonali, per cui la felicità si riduce infine solo allo scampare all'infelicità, al sopportare la sofferenza, ad evitare il dolore. Tuttavia, sottolinea il Mila, Mozart sembra rifiutare questo atteggiamento di rassegnazione, così come la sua possibile alternativa nello sfogo dell'aggressività violenta, evidenziando piuttosto un ideale filantropico, bene espresso dalla "gentilezza curvilinea" della sua musica (p. 181). Il punto di arrivo di questa ricerca sarà il "Flauto magico".

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro
Il protagonista Figaro è la rappresentazione perfetta di questa poetica teatrale e musicale: il genio di Mozart "non ha accettato di gettare subito Figaro in pieno stile buffonesco". Il fondo pessimistico del suo animo viene a galla, nonostante la buffoneria; è "l'umorismo di chi fa lo spiritoso facendo strazio delle proprie sventure" (pp. 152-153).

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro
Susanna, "servetta sbarazzina ... popolana maliziosa, ma onesta" sviluppa nel quarto atto "la sua prerogativa di ragazza sana e naturale, che nell'imminenza delle nozze affretta col pensiero le gioie che l'attendono" (p. 158).

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro
"Autentico antagonista" della vicenda, il Conte "per i suoi capricci amorosi è disposto a lottare, a battersi, a commettere ingiustizie e soprusi ... non è un frivolo, non è solo un cavaliere galante in caccia d'avventure ... non è da stupirsi che tale personaggio si sviluppi fin quasi al tragico ... non è mai personaggio di opera buffa" (p. 58). "Due fattori musicali traducono la tempesta di sentimenti che si agita nell'animo del Conte: il frequente mutamento dei tempi ... e l'irrequieta instabilità tonale ... quasi simbolo del suo animo diviso" (p. 123).

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro
L'essenza del personaggio della Contessa è, per il Mila, "l'equilibrio nella tenerezza e nella malinconia, l'unitarietà" (p. 68); il suo canto sembra venire "da quel paradiso perduto che è al fondo della poetica mozartiana" (p. 69). "Come annota l'Abert, tanti sentimenti ondeggiano nell'anima della Contessa" e il Mila li elenca, citando l'autorevole collega: "nostalgia, fiducia, presentimento angoscioso, tenera speranza" (p. 70). "Non c'è nella Contessa né violenza né durezza, né rivolta contro la sorte" (p. 71).

Massimo Mila Lettura delle Nozze di FigaroLo straordinario personaggio di Cherubino è "l'adolescente che esce di fanciullezza, e che scopre vagamente, a tentoni, in maniera ancora assolutamente indeterminata, la forza motrice dell'amore ... innamorato di tutte le donne, e più precisamente innamorato dell'amore" (p. 46). Citando Kierkegaard, Mila ci avverte che "in Cherubino ... la sensualità si sveglia ... non come piacere e gioia, bensì come profonda melanconia". E con Abert: "il risveglio dell'amore ancora seminconscio, in un cuore d'adolescente, con tutta la sua emozione febbrile, la sua dolce tortura e la sua intera mancanza di direzione" (p. 47). "In fondo Cherubino sta male, e i grandi ridono di lui, perché sanno benissimo che cos'ha ... è come una firma mozartiana ... autoritratto involontario di chi aveva saputo conservare inalterato il dono della fanciullezza - cioè la capacità e la voglia di giocare - malgrado le più severe prove della vita" (pp. 48-49).

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro
Di fronte a questi cinque personaggi straordinari, rappresentati nella complessità di sfaccettature delle persone reali, i comprimari, Bartolo, Basilio, Marcellina, Antonio, Don Curzio, sono i portatori della staticità caricaturale che era tipica dell'opera buffa tradizionale.

Massimo Mila Lettura delle Nozze di Figaro

Mentre in Barbarina il Mila riconosce la "solitudine infantile nel mondo dei grandi", collegandola ad esperienze molto più recenti di teatro musicale, citando un esempio dall'opera di Debussy.

Il grande musicologo ci conduce passo, scena dopo scena, nella "lettura" avvincente di questo capolavoro mozartiano, trionfo della bellezza, nel quale ognuno e ognuna di noi ancora oggi può rispecchiarsi e trovare qualcosa di se stesso.