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martedì 24 agosto 2021

Animali e oggetti nella iconografia cristiana antica: simboli o segni?

    

Aquileia

La tartaruga e il gallo, mosaico sul pavimento della Basilica di Aquileia


    Ammirando gli stupendi mosaici del pavimento nella Basilica di Aquileia, siamo colpiti dalla ricchezza e dalla bellezza delle raffigurazioni di animali e oggetti, oltre alle figure umane e a immagini astratte.

Le spiegazioni date dal foglietto illustrativo fornito dalla Basilica ci ricordano la ricca simbologia collegata a queste rappresentazioni e rintracciabile nella letteratura paleocristiana. Ulteriori ricche informazioni possono essere reperite in altre fonti specializzate. 

 La cosa mi incuriosisce molto, alla luce delle mie letture sui testi di Carl Gustav Jung (1875-1961), che sicuramente sono una guida importante per la comprensione dei simboli nell'animo umano.


Carl Gustav Jung

  Scrive Jung (Man and his symbols, postumo, 1964, trad. it. L'uomo e i suoi simboli, p. 20): “Ciò che noi chiamiamo simbolo è un termine, un nome, o anche una rappresentazione che può essere familiare nella vita di tutti i giorni e che tuttavia possiede connotati specifici oltre al suo significato ovvio e convenzionale... Perciò una parola o un'immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato. Essa possiede un aspetto più ampio, 'inconscio', che non è mai definito con precisione e compiutamente spiegato. … Quando la mente esplora il simbolo, essa viene portata a contatto con idee che stanno al di là delle capacità razionali”. Jung ci avverte che anche parole e immagini apparentemente prive di significato, qualora “abbiano acquistato un significato riconoscibile attraverso l'uso comune o per un intento convenzionale … non sono simboli. Essi sono segni [signs nell'originale in inglese] e non hanno altro compito che quello di denotare gli oggetti a cui sono riferiti.

In molti altri punti, anche in questa sua opera ultima che in qualche modo vuole essere una sintesi della sua lunga e laboriosa ricerca, durata oltre sessant'anni, Jung insiste sul fatto che il simbolo è esperienza collettiva (e se di origine primordiale lo definisce archetipo), ma inevitabilmente deve essere filtrata dall'esperienza del singolo: “L'individuo è l'unica realtà. Quanto più ci allontaniamo dall'individuo nell'elaborazione di idee astratte sull' 'Homo sapiens', tanto più siamo sottoposti all'errore” (p.58). “Ma poiché tante persone hanno intrapreso a trattare gli archetipi come semplici parti di un sistema meccanico che può essere appreso a memoria, è necessario insistere sul fatto che essi non sono né nomi puri e semplici, né concetti filosofici. Essi appartengono alla vita stessa, sono immagini integralmente connesse con l'individuo vivente per il tramite delle emozioni. Perciò è impossibile dare una interpretazione univoca (o universale) degli archetipi. Essi devono essere spiegati nel modo indicato dall'intera situazione esistenziale dei singoli individui particolari a cui rispettivamente si riferiscono” (p. 96).

Alla luce di questi spunti mi sorge questa riflessione: il simbolismo cristiano, così come è stato codificato dalla tradizione culturale e spirituale della Chiesa (e anche “delle Chiese”, al plurale) è una forma di razionalizzazione, ossia di traduzione razionale, come una sorta di vocabolario enciclopedico che, una volta conosciuto, ci fornisce chiavi di lettura fisse e ineludibili.

Questo per noi rimane necessario, al fine di conoscere l'intenzione originaria degli autori, o almeno per avvicinarsi alla loro finalità educativa.

Tuttavia, da un punto di vista psicoanalitico, di una psicoanalisi che voglia essere sostegno e alimento per la nostra spiritualità, possiamo osservare che un simbolismo razionalizzato perde il suo carattere di simbolismo: in altre parole, il simbolo diventa segno, perché non è più un rapporto diretto tra l'immagine e l'inconscio dell'osservatore, bensì un rapporto mediato dall'interpretazione predisposta, che bisogna conoscere mediante una operazione razionale di lettura, studio, documentazione.

Una spiritualità basata sul simbolo, invece, procede per intuizione e risposta immediata allo stimolo, una risposta non mediata dall'interpretazione razionalistica.

Faccio un esempio pratico. Il primo mosaico che si ammira all'entrata della Basilica di Aquileia raffigura la lotta fra il gallo e la tartaruga. Leggo nel foglietto illustrativo: “Il gallo, annunciatore della luce del nuovo giorno, raffigura Cristo, 'luce del mondo'; la tartaruga, il cui nome greco significa 'abitatore delle tenebre', simboleggia il Maligno. … Questa scena, derivata dall'iconografia pagana relativa al culto di Mitra, è un unicum nell'arte paleocristiana; invita il credente a combattere costantemente il peccato per ottenere il premio della vita eterna.”

La studiosa Anna Pia Giansanti ci chiarisce ulteriormente che la tartaruga può rappresentare anche l'oscurità della materia, l'uomo peccatore, o, più specificamente, l'eresia ariana, mentre il gallo può rappresentare Dio Padre, ma anche Cristo Risorto o ancora la Chiesa da Lui derivata (e che quindi ritiene di dover contrastare le eresie). Ma accanto a queste interpretazioni, tutto sommato analoghe nella sostanza, se ne aggiunge una ulteriore, meno affine: alcuni studiosi infatti ritengono che "il gallo possa simboleggiare il mondo occidentale, caratterizzato da ritmi di vita frenetici e dinamici, ma al tempo stesso fragile e tendente all'aggressività. La tartaruga invece simboleggerebbe l'Oriente saggio, dai ritmi lenti che favoriscono la meditazione e lo sviluppo delle teorie filosofiche. In questo caso la contrapposizione tra i due animali nasconderebbe il desiderio di unire questi due mondi".

E' evidente che tutte queste interpretazioni tendono ad oggettivare, razionalizzandolo, il significato del simbolo. Noi sappiamo che per gli autori antichi lo scopo era esplicitamente educativo, catechetico, e l'uso di immagini non immediatamente esplicite era un retaggio della condizione di persecuzione che era stata patita dalla chiesa primitiva.

Ma, ripensando alle indicazioni di Jung, dobbiamo provare ad instaurare un rapporto più diretto con le immagini, al fine di metterle in relazione immediata con il nostro specifico inconscio e con la nostra spiritualità. Propongo perciò questo esercizio: osserviamo l'immagine prescindendo dalla interpretazione storica data; osserviamola per ciò che essa può trasmetterci a livello immediato.

Personalmente, innanzitutto non ho interiorizzato l'idea razionale che la tartaruga possa essere un tartarouchòs, ossia un abitatore del Tartaro, degli Inferi; così come non ho interiorizzato l'idea che il gallo sia portatore di luce. Piuttosto, vedo nella tartaruga un essere debole, caricato da questo peso che trascina (che potrei interpretare come il peso delle nostre difficoltà, della nostra stessa condizione umana); e nel gallo vedo “il re del pollaio”, con tutto ciò che anche di arrogante e prevaricante potrebbe implicare. Ma anche queste sono ancora interpretazioni razionali, benché filtrate dalla mia esperienza personale.

Cerco perciò di guardare l'immagine prescindendo anche da queste mie impressioni pregresse e basandomi sull'osservazione diretta; cerco perciò di osservare l'immagine spogliandola anche dei significati che io stesso le ho dati. Cerco di porre in relazione diretta l'immagini e le emozioni che provengono dal mio inconscio. Vedo che il gallo è molto più grande della tartaruga, assume una posizione dominante e aggressiva; la tartaruga sembra voler ritrarsi. Osservo i colori sgargianti del gallo contrapposti alla monotonia cromatica della tartaruga. Osservo infine gli sguardi: ambiguo e sfuggente quello del gallo, terrorizzato quello della tartaruga.

Queste sono impressioni immediate, in cui cerco di escludere il filtro razionale; non voglio arrivare a conclusioni razionalizzanti: mi limito a considerare la mia emozione. Mi accorgo che sto vivendo una sorta di identificazione con la tartaruga oppressa, piuttosto che con il gallo oppressore. A questo punto, razionalmente, posso constatare che sono molto lontano dall'idea catechetica che sappiamo essere stata l'intenzione razionale dell'autore.

Tutto questo ovviamente vale solo per me; per un'altra persona le risonanze simboliche possono essere differenti, in modo sfumato e forse affine, oppure in modo molto significativo e contrastante. Ciò che conta è la necessità di un rapporto immediato e diretto di ogni singola persona con l'immagine, affinché essa possa perdere il suo significato riduttivo di segno e possa riacquistare pienamente la sua funzione di simbolo.

Per la mia personale esperienza, la musica si presta ancor maggiormente a questo procedimento, ma questo è un altro discorso.

Conclusione: un approccio psicoanalitico all'immagine “sacra” può condurci ad una interpretazione simbolica affatto diversa da quella accreditata dalla storia e dall'intenzione stessa dell'autore; questa è la polisemia dell'arte, che va molto al di là del riduzionismo razionalista. E, ciò che maggiormente conta, tutto ciò può essere altrettanto e forse più ancora efficace, allo scopo di alimentare la spiritualità del credente, ossia al porlo in relazione con il Trascendente.


giovedì 7 maggio 2020

L'orecchio affettivo e l'educazione musicale

L'orecchio affettivo e l'educazione musicale


Orecchio musicale affettivo
Uno dei grandi maestri della pedagogia musicale, il medico belga Edgar Willems (1890-1978), ha insistito sulla educazione dell’orecchio affettivo, che è trascurato nella didattica tradizionale della musica:

Se la sensorialità uditiva è il punto di partenza, la base stessa della musicalità, la sensibilità affettivo-uditiva ne è forse il centro... Si ascolta spinti da un desiderio, da una emozione (paura, sorpresa). Un interesse è in gioco. Questo interesse fissa l’attenzione e diventa così un ponte utile e perfino necessario al dischiudersi della coscienza sonora... Per mezzo della sensibilità uditivo-affettiva entriamo nel mondo della melodia; grazie ad esso, l’uomo può cantare la sua gioia, i suoi dolori, le sue speranze o ancora, semplicemente, il suo amore per la bellezza dell’espressione sonora.1

orecchio musicale affettivo
Contro l’insegnamento astratto e teorico, basato su un’enfatizzazione della dimensione cognitiva a scapito di quella emotiva, Willems precisa:

Siccome il fanciullo è molto emotivo, e il suono ha una potente azione sull’affettività, è dunque di grande importanza che l’insegnante utilizzi la sensibilità del fanciullo nell’educazione. Per ottenere un risultato soddisfacente occorrerebbe evidentemente unire alla conoscenza della musica doti native di educatore e un senso spiccato della psicologia dell’anima infantile.
Succede spesso che l’educazione dei sentimenti sia bandita dall’insegnamento musicale; questo assume troppo spesso la forma nozionistica di un corso di scienze. Questa maniera d’agire è dovuta all’ignoranza della vera natura della musica e dei suoi rapporti con l’essere umano. Chi trascura l’educazione della sensibilità nell’insegnamento, trova forse che l’emozione ostacola l’apprendimento razionale, indispensabile al conseguimento di risultati rapidi d’ordine pratico. Siamo dunque in presenza di un fatto molto grave...2

Cuore e cervello in educazione musicale
In realtà bisogna superare la contrapposizione tra apprendimento intellettuale e apprendimento emotivo, conciliare le varie dimensioni della personalità in una sintesi armoniosa e non repressiva:

Vi è dunque una difficoltà da risolvere: sviluppare nello stesso tempo l’emotività e l’intelligenza. Può esserci incompatibilità tra l’affettività e l’intellettualismo, ma non ce n’è tra la sensibilità affettiva e la vera intelligenza che è una esperienza profonda basata sulle acquisizioni della sensorialità e dell’affettività.
La musica, forse più che qualsiasi altro settore dell’educazione, ha bisogno dello sviluppo dei sentimenti. Questo troverà naturalmente il suo posto nello studio di ciò che concerne la melodia: la scala, gli intervalli melodici, le canzoni, le piccole improvvisazioni.3

Willems e l'educazione dell'orecchio
Edgar Willems
E ancora:

Per meglio valutare il ruolo dell’affettività - bisogni, desideri, emozioni, sentimenti - nella musica e nel fenomeno dell’audizione, dovremmo riferirci all’importanza che essa ha per l’essere umano in generale.4

Il discorso non vale solo per i bambini, ma per tutte le persone; anzi, negli adulti la repressione dell’emotività è la causa delle nevrosi, perciò bisogna riscoprire l’importanza dell’educazione musicale come terapia anche nei soggetti adulti tendenzialmente sani, ma repressi o inibiti.
1 WILLEMS, Edgar, L’oreille musicale, Tome I, La préparation auditive de l’enfant, 1933, 3a ed. 1970 (trad.it. di G.Vianello, L’orecchio musicale, vol.I, La preparazione uditiva del fanciullo, Padova, Zanibon, 1975, p.45).
2 WILLEMS, Edgar, op.cit., p.46.
3 WILLEMS, Edgar, op.cit., p.46.
4 WILLEMS, Edgar, op.cit., p.47.

lunedì 27 aprile 2020

I colori delle emozioni e la musica

I colori delle emozioni e la musica. 

I colori delle emozioni
Pagina notturna del mio diario. Verso la mezzanotte accendo lo stereo e indosso le cuffie. Continuo ad ascoltare la musica che mi emoziona. Penso a varie persone, belle e brutte, della mia vita presente e del mio passato. Vado a dormire alle 2.45. La mattina dopo mi sveglio e sento un grande benessere. L’emozione forte di ieri notte (musica, anche al buio: sorridendo, scherzando, piangendo, sognando, amando, credendo ora anche in me stesso) mi ha fatto bene

Emozioni
Eppure c’è chi, dopo cento anni di studi scientifici di psicologia, crede ancora che emozionarsi sia negativo e che alimentare nei giovani questo atteggiamento sia scorretto pedagogicamente. Secondo certi esperti occorrerebbe reprimere le emozioni per lasciare spazio alla mera speculazione intellettuale. Bisognerebbe, secondo alcuni, respingere l’abbandono spontaneo alla magia del suono e del ritmo, che è temuta come una sorta di narcosi musicale; bisognerebbe piuttosto proporre una fredda analisi, vigilando nella costante attenzione contro il rischio di un trasporto emotivo, che in realtà non si saprebbe accettare, né tanto meno orientare. L’ideale della fruizione musicale sarebbe dunque (molti l’hanno inteso così) un compassato self control

No! Qui c’è un equivoco di fondo: la musica allora sarebbe solo un arido esercizio intellettuale. Ciò è necessario, ma non è sufficiente. La musica deve anche emozionarci. Noi non abbiamo più il diritto di continuare a reprimere le nostre emozioni. Penso ad esempio al jazz e a tutta la musica afroamericana: in questa tradizione la componente emotiva è assolutamente essenziale, è intrinseca alla creazione artistica. E, pensandoci bene, lo è stato anche per tutti i maggiori compositori della tradizione europea.

I colori delle emozioni
Certo, c’è emozione ed emozione, le emozioni sono diverse da persona a persona e, per ogni persona, sono diverse da momento a momento; ci sono emozioni che producono benessere, ci sono emozioni che producono malessere: emozioni che conducono verso la vita, emozioni che conducono verso la morte. Ecco perché possiamo parlare di colore delle emozioni. Qui subentra allora il lavoro di psicoanalisi: e se non stiamo troppo male possiamo tentare di esercitare con successo l’autoanalisi. Dobbiamo imparare anzitutto ad accettare le nostre emozioni e poi anche ad integrarle, a convertirle: convertire nel senso di tramutare, ma anche nel senso di indirizzare, dirigere (la parola magica è, dunque, conversione). 

Ci sono poi anche “emozioni intellettuali”: certamente non ho inteso svilire o sminuire il valore dell’intelligenza! L’intelligenza può felicemente convivere con l’emotività. A me ad esempio emoziona il contrappunto, mi emoziona lo sviluppo tematico, insomma mi emoziona la creatività intelligente (stamattina, nel mio benessere postemozionale, ho analizzato la Sonata op. 10 n. 2 di Beethoven con una mia collega). C’è però tutta una storia della cultura moderna e contemporanea che rifiuta di accettare la natura e l'esistenza stessa della vita emotiva: queste tendenze razionaliste ignorano una dimensione essenziale della persona umana.

gospel
Persino nel rapporto con Dio non siamo lasciati liberi di vivere emotivamente: i teologi (occidentali, razionalisti) diffidano da un rapporto emotivo con Dio. Anche in questo caso ripeto: l’intelligenza può convivere beneficamente con l’emotività. Nella mia vita di fede ad esempio è fondamentale la testimonianza dei fratelli afroamericani, che cantano e ballano per esprimere la loro fede. Penso alla grande Mahalia Jackson, che ha cantato e ballato e perfino “sudato” la fede per le masse dei diseredati e degli oppressi e per tutti gli uomini di buona volontà

Emozioni
Penso al sublime spiritual We shall overcome che accompagnava il movimento pacifista nero: nella grandiosa manifestazione a Washington nel 1963 i dimostranti erano guidati da Martin Luther King e tra loro c’era anche Harry Belafonte, il celebre cantante del calypso e di Banana Boat

Penso a
Emozioni
Père Duval, il dolcissimo e malinconico chansonnier della fede, una fede travagliata, non semplice, ma indomita. 

Emozioni
Penso però anche a Johann Sebastian Bach, l’autore che molti ritengono troppo cerebrale: la Passione secondo Matteo è invece musica di altissima temperatura emotiva, anche se la distanza storica che ci separa dall’autore ci pone problemi complessi di interpretazione; ma le intuizioni critiche di Spitta e di Schweitzer sono ancora oggi valide (riprese anzi dagli studiosi contemporanei più attenti al rapporto tra musica e psicologia) e stanno a dimostrare la realtà di una emotività musicale che percorre i secoli. 

Vangelo secondo Matteo
Penso anche all’uso della musica nel film Vangelo secondo Matteo di Pasolini: la musica nel cinema ha spesso una funzione di coinvolgimento emotivo e Pasolini mi sembra consapevole e sensibilissimo nel conseguire questo obiettivo. Ovviamente si potrebbero fare moltissimi altri esempi di uso efficace della musica nel cinema, per non parlare dell'importanza delle emozioni nell'opera lirica, in particolare nel periodo romantico.

Cosa concluderne? Se enfatizziamo solo l’aspetto intellettuale e reprimiamo l’emotività, siamo destinati alla frustrazione, all’impotenza, alla nevrosi: con buona pace del nostro ruolo di pedagoghi. Continui pure, chi vuole, a reprimere le proprie emozioni: io non lo seguo, perché ho capito (sperimentando su me stesso) che la musica può essere praticata come autoterapia: la musica è un linguaggio che ci permette di liberare e convertire le nostre emozioni.
(Sera-notte tra il 29 e il 30 gennaio 1996; 
ancora valido nel 2020!)


domenica 19 aprile 2020

I colori delle emozioni

Emozioni
Ruota di Plutchik, traduzione italiana

I colori delle emozioni

La nostra cultura occidentale è stata condizionata per secoli dal prevalere di un atteggiamento razionalista: la ragione umana è stata considerata il centro della vita dell'uomo, la sua caratteristica distintiva nel confronto con tutti gli altri animali della natura.

Molto differente appare l'approccio al problema da parte delle culture orientali: l'immagine del "màndala", nel buddhismo, è la rappresentazione della complessità della nostra vita interiore, che non può essere ridotta solo al suo aspetto razionale.

buddhismo
Ruota della vita buddhista
Traggo alcune informazioni dal sito http://www.mandalaweb.info/. In alcuni casi le emozioni hanno una posizione negativa. Ad esempio, nella cosiddetta "ruota della vita", non propriamente un màndala quanto piuttosto il primo esempio didattico fornito dal buddhismo per comprendere il ciclo di vita, morte e rinascita chiamato Samsara, le emozioni risiedono nel centro, nel mezzo, e sono raffigurate mediante l'allegoria di tre animali: il serpente (rabbia), il maiale (ignoranza) e il gallo (attaccamento). Queste tre emozioni negative, chiamate anche "veleni", inquinano la nostra anima, il nostro mondo interiore e non ci permettono di arrivare alla piena realizzazione di noi stessi, all'illuminazione e quindi alla consapevolezza.

Mandala dei cinque Buddha
Mandala dei cinque Buddha
In altri casi si riconosce il potere trasformativo delle emozioni. Nel màndala dei Cinque Buddha (Dhyani-Buddha) una grande parte hanno le emozioni, infatti ogni Buddha corrisponde ad una emozione e al suo potere trasformativo. I cinque Buddha (nella figura sono la figura centrale e le figure dorate) rappresentano cinque tipi di saggezza che contrastano l'ignoranza, l'ira, la lussuria, la gelosia e la paura. In questo caso il centro rappresenta il punto di arrivo della saggezza.

Stephen Chang
Anche il taoismo, che presenta un approccio diverso per molti aspetti rispetto al buddhismo, le emozioni hanno una considerazione importante e primaria nella comprensione della persona umana. In un libro di Stephen Chang si spiega che il taoismo individua lo Spirito (rappresentato da un cerchio), l'Anima, o Mente (rappresentata da un triangolo) e il Corpo Mortale (rappresentato da un quadrato). A sua volta lo Spirito comprende la coscienza (conoscenza di ciò che è giusto e ingiusto), l'intuizione (conoscenza diretta, non limitata dallo spazio e dal tempo) e la comunicazione, che può assumere la dimensione della spiritualità. L'Anima-Mente comprende emozione, pensiero e volontà. Il Corpo Mortale comprende gli istinti del mangiare, fare sesso, lottare e divertirsi. Si possono notare affinità con la piramide di Maslow.

Emozioni
Nell'Occidente, dopo le grandi intuizioni artistiche del Romanticismo, la psicoanalisi apre il campo alla comprensione di ciò che non può essere ricondotto al controllo razionale dei nostri atteggiamenti e comportamenti. La scoperta dell'inconscio, come materia "sotterranea" che ci condiziona al di là della nostra consapevolezza, rivoluziona la nostra comprensione di quanto accade all'interno della persona e di quanto provoca di conseguenza nei nostri comportamenti. Carl Gustav Jung ha studiato e utilizzato i mandala, intendendoli come il "cerchio magico" per rappresentare il centro della personalità. Ha messo in evidenza che essi non sono diffusi solo in tutto l'Oriente, ma anche nel cristianesimo antico e medievale. La rappresentazione del mandala avrebbe un potere terapeutico: "I mandala... sorgono per lo più, stando all'esperienza, in situazioni caratterizzate da disorientamenti e da perplessità. L'archetipo che ne è costellato rappresenta uno schema ordinatore che si sovrappone in certo qual modo al caos psichico come una trama psicologica, rispettivamente come un cerchio suddiviso in quattro, grazie al quale ogni contenuto riceve il proprio posto e il tutto che tende a dissolversi nell'indefinito mantiene la sua coesione grazie al cerchio che lo custodisce e protegge" (C. G. Jung, Su cose che si vedono nel cielo, 1958, trad.it. 1960).

Intelligenza emotiva

Negli anni più recenti, la psicologia ha approfondito, anche grazie agli studi delle neuroscienze, la conoscenza della vita emotiva della persona. Oltre al celeberrimo testo di Daniel Goleman, Intelligenza emotiva (1995), ampiamente citato nel mio libro sulla pedagogia musicale, vorrei qui ricordare gli studi di Robert Plutchik (1927-2006), anch'egli statunitense, autore di importanti studi pubblicati nel 1980 (Emotion: Theory, research and experience), nel 1997 (Circumplex Models of Personality and Emotions) e nel 2002 (Emotions and Life: perspectives from Psychology, Biology and Evolution). Tradotto in italiano troviamo Psicologia e biologia delle emozioni (Torino, Bollati Boringhieri, 1995).

Ruota di Plutchik nell'originale in lingua inglese
La teoria di Plutchik è rappresentata dalla celebre "ruota" (wheel), che possiamo anche immaginare come un fiore colorato con vari petali, ai quali corrispondono le varie emozioni. Egli suggerisce otto emozioni primarie, divise in quattro coppie di opposti: gioia e tristezza; rabbia e paura; fiducia e disgusto; sorpresa e anticipazione. Inoltre il suo modello circolare crea connessioni tra l'idea di un cerchio emozionale e una ruota di colori: le emozioni possono essere espresse a intensità diverse, con maggiore intensificazione verso il centro. Inoltre sono possibili le mescolanze tra emozioni contigue.

Plutchik propone inoltre che ad ogni emozione corrisponda un meccanismo di difesa. Il processo avviene in cinque fasi: stimolo, cognizione, sensazione, comportamento, effetto.

La teoria di Plutchik si basa su dieci postulati:
1) Il concetto di emozione si applica a tutti i livelli di evoluzione e a tutti gli animali, compreso l'essere umano.
2) Le emozioni si sono evolute e hanno portato varie forme di espressione in varie specie.
3) Le emozioni hanno avuto un ruolo adattativo nell'aiutare gli organismi a risolvere le principali questioni di sopravvivenza poste dall'ambiente.
4) Sebbene le forme di espressione varino a seconda della specie, esistono alcuni elementi comuni, ossia modelli prototipici.
5) Esistono poche emozioni di base, fondamentali o prototipiche.
6) Le altre emozioni sono tutti misti o derivati, cioè miscele, composti o combinazioni di emozioni di base.
7) Le emozioni di base sono concetti ipotetici o stati idealizzati le cui proprietà e caratteristiche derivano da varie manifestazioni.
8) Le emozioni di base possono essere sistemate in coppie di emozioni opposte.
9) Le emozioni variano in base al grado di somiglianza.
10) Ogni emozione si manifesta in vari gradi di intensità o eccitazione.



venerdì 22 gennaio 2016

Cinque buone ragioni per cantare

Cantare fa bene alla salute! Fa bene al nostro corpo, è una efficace terapia naturale a favore del benessere fisico e di tutta la persona.
Benessere

Riporto e traduco  un articolo scritto da Umnia Shahid e pubblicato su "The Express Tribune" il 9 ottobre 2014.

Hai paura di cantare a una riunione di famiglia o nella privacy della tua camera da letto, perché senti che non sarà musica per le orecchie della gente? Non preoccuparti, perché il canto ha molteplici benefici fisici, mentali e spirituali. Il Centro di Ricerca Sidney De Haan per l'Arte e la Salute ha intrapreso approfondite ricerche per sostenere il suo scopo di ottenere che il Servizio Sanitario Nazionale del Regno Unito fornisca ai medici la possibilità di "canto su prescrizione medica". Come descritto da time.com, qui ci sono cinque ragioni per cui si dovrebbe cantare.

1.Cantare aumenta la salute cardiovascolare:

Cantare è un'attività aerobica che aumenta l'ossigenazione nel sangue ed esercita i principali gruppi muscolari nella parte superiore del corpo, anche quando si è seduti. Diminuisce il rischio di malattie cardiache, colesterolo alto e malattie cardiovascolari.
 


2. Cantare stimola il cervello:

Cantare richiede di imparare a memoria testi seguendo una melodia, così come richiede di collegare parole con le emozioni che esprimono. Respirare cantando porta più ossigeno al cervello, che si traduce in neuroni che emanano impulsi, aumentando la consapevolezza mentale, la concentrazione e la memoria.
 


3. Cantare riduce lo stress:

Quando canti, il tuo cervello rilascia benessere in sostanze chimiche, tra cui le endorfine. Questo rende il cantare un efficace sollievo dell'umore e uno strumento prezioso per alleviare la depressione. Cantare con un gruppo sviluppa un senso di comunità e di appartenenza, riducendo così l'ansia.


4. Cantare è una terapia naturale:

La musica è una grande guaritrice. 
Il canto è anche utilizzato come terapia per le persone malate di cancro, didemenza e per i sopravvissuti ad un ictus. Cantare ha effetti simili sul corpo e sulla mente. Assicura benessere fisico, mentale, psicologico e sociale. Inoltre, migliora la postura e la respirazione, in quanto aumenta la capacità del sistema respiratorio.

5. Cantare costruisce fiducia in se stessi:

Cantare aiuta a sviluppare competenze per parlare con una voce naturale, potente e sicura di sé. Si può migliorare la capacità di usare la voce parlante, con maggiore chiarezza e fiducia. Cantare rilascia un ormone chiamato ossitocina, che aiuta a ridurre l'ansia, contribuendo in tal modo a superare la paura di parlare in pubblico. L'ossitocina aumenta anche sentimenti di fiducia, che rafforzano la fiducia in te stesso, non solo, ma anche in coloro che ti circondano.
 



giovedì 9 agosto 2012

Uno Scherzo di Beethoven

Una domanda posta da uno studente

Ho ricevuto questa domanda da uno studente: "Devo analizzare la sinfonia numero 1 in DO maggiore opera 21 di Beethoven, ma ho un problema con il minuetto, ossia il terzo tempo. Lo schema sembra completamente diverso dagli altri movimenti ma su Internet non trovo niente, a parte che è più uno scherzo che un minuetto, ma non sapendo cos'è uno scherzo... anche i cambi di tonalità sono improvvisi e spesso non si capisce niente....".

Con Beethoven finisce l'edonismo settecentesco

Ecco la mia risposta. Dici bene, caro studente: è indicato Menuetto (ossia Minuetto), ma di fatto è uno Scherzo, perché è un tempo ternario molto più veloce; questa è una delle novità strutturali di Beethoven rispetto alle Sinfonie del Settecento. Infatti si batte in uno, ossia: i movimenti per ogni battuta sono tre, ma la velocità del pezzo porta ad una sola scansione per ogni battuta.

Mentre nel Settecento prevaleva un'idea di musica di intrattenimento, e la danza Minuetto, con il suo andamento moderato e le movenze leziose e galanti era quasi il simbolo di quel tipo di musica (e della società che la richiedeva), con Beethoven si afferma perentoriamente l'individualismo borghese e romantico, con espressione volitiva e tenace della personalità dell'artista: lo Scherzo, con i suoi ritmi incalzanti e vigorosi, esprime efficacemente questa volontà indomita. Notiamo che la Sinfonia fu scritta proprio tra il 1799 e il 1800, quindi anche la data ci sembra simbolicamente cruciale.

Una breve analisi

Come possiamo analizzare in breve questa composizione? Ci vorrebbe molto spazio! Ma la velocità di Internet mi costringe alla brevità. Per forza di cose dovrò usare qualche parola "tecnica" (che scriverò in corsivo), ma chiunque può contattarmi (maestrosfredda@gmail.com) per ricevere spiegazioni ulteriori. Ogni termine tecnico è spiegato con cura nel programma didattico Suonare Cantare Star bene.

Almeno consideriamo le suddivisioni formali più ampie: il primo ritornello corrisponde al primo periodo, che conclude con una modulazione a Sol Maggiore (il pezzo è in Do Maggiore). Il tema è caratterizzato dal ritmo incalzante, fortemente marcato sul tempo forte, dall'indicazione di movimento Allegro molto e Vivace e dal prevalere di suoni staccati:



Nelle successive 17 battute giunge ad una cadenza a Re bemolle Maggiore, cioè ad una tonalità lontana da quella del pezzo: anche in questo fatto notiamo il dinamismo drammatico della musica di Beethoven, in contrasto con l'edonismo settecentesco.

Poi otto battute caratterizzate dal pedale di tonica ('re bemolle' tenuto dai bassi e fagotto II), Le successive 11 battute preparano la ripresa del tema in Do Maggiore, che si prolunga per 35 battute.

Segue il Trio (così si chiamava la sezione centrale, contrastante, anche nel classico Minuetto), che è anch'esso in Do Maggiore ed è caratterizzato dalle figuazioni in ottavi dei violini sopra un accompagnamento armonico e ritmico (minima e semiminima) realizzato prevalentemente dagli strumenti a fiato:



Anche il Trio è suddiviso formalmente mediante i ritornelli; segue poi la ripresa Da Capo della sezione A.

L'analisi è molto sintetica e potremmo fare molti approfondimenti! Ma lo spazio è esaurito, per oggi.

lunedì 2 aprile 2012

E' possibile imparare a suonare il pianoforte a vent'anni?

Questa la domanda posta da una giovane su un social network. 

Io ho risposto così: secondo me, imparare a suonare il pianoforte è una cosa bellissima, a qualsiasi età; significa infatti instaurare un rapporto nuovo, attivo con la musica, valorizzando la propria passione.

Ti accorgerai dei benefici per il tuo corpo e per il tuo animo!
Personalmente ritengo che si possa cominciare dalla pratica, anziché dalla teoria, perché l'orecchio e l'istinto musicale possono guidarti e accompagnarti in modo soddisfacente; tutto ciò che riuscirai ad imparare potrà poi essere riformulato anche in modo teorico.

Tanti auguri di buon divertimento!

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Ulteriori contenuti sono disponibili a questo link 


Per contatti scrivi a maestrosfredda@gmail.com

mercoledì 7 marzo 2012

Carl Ph. Em. Bach: comunicare al cuore, parlare all'immaginazione

Per esperienza si sa che troppo spesso chi ascolta grandi tecnici e virtuosi, pur dotati, può non recepire alcuna sensazione: essi suscitano stupore ma non emozioni, generando anzi un senso di noia. Chi è in grado di comunicare al cuore, parlando all'immaginazione, ha ben altre doti di un semplice virtuoso che si limita a suonare le note giuste: d'altronde, unità melodica e legato non avrebbero più alcun significato se egli sbagliasse anche gli accordi.

(Citazioni da Versuch über die wahre Art das Clavier zu spielen, Prima parte, Berlin 1753)



sabato 24 settembre 2011

La musica come metafora della persona



Cercando di individuare un motivo conduttore del mio percorso esistenziale e professionale, credo di poterlo riconoscere nella volontà di operare contro l'insegnamento repressivo, cioè contro quel modo di insegnare che privilegia solo alcuni aspetti della personalità umana, reprimendone gli altri; respingo quindi le pedagogie parziali che sono repressive di volta in volta o del corpo, o dell'emotività, o dell'intelletto e della creatività, o della dimensione valoriale.

 Fin dall'inizio della mia attività musicale mi è parso chiaro che il significato della musica, in ogni cultura e al di là di ogni specificità, si può riassumere nel fatto che essa rappresenta una metafora della persona.

Con il concetto di
persona noi intendiamo contrastare da un lato l'individualismo che mira all'egocentrica affermazione di sé, prescindendo dalla relazione con le altre persone; dall'altro le concezioni massificanti che riducono la persona a numero.

Il concetto di persona definisce pienamente le caratteristiche dell'essere umano nella sua totalità di corpo, emotività, intelletto e spiritualità
, per cui la persona è unicità irripetibile (perché unica e irripetibile è la somma delle sue esperienze) e al tempo stesso si intreccia e si integra in un più ampio fenomeno di interazione sociale.  

giovedì 2 giugno 2011

Il ritmo e il corpo

Ritmo nel corpo
Ogni esperienza musicale parte dall'esperienza del ritmo, perché esso è la base fisiologica della musica, è il legame che connette la percezione musicale con l'esperienza profonda del nostro essere corpo in movimento. Ed il nostro corpo, ormai lo sappiamo bene, non può essere in alcun modo separato e distinto dalle nostre emozioni e dalla nostra vita razionale.

Anche gli adulti possono cogliere in modo immediato la percezione delle strutture ritmiche, a partire dalla semplice regolarità della pulsazione e dalla sua possibile organizzazione in forma binaria (un accento forte, uno debole) o ternaria (un accento forte, due deboli). La regolarità della pulsazione del polso è da sempre citata come la prima forma di esperienza ritmica che può essere percepita da ogni essere umano. 

La respirazione, nella sua alternanza binaria di inspirazione ed espirazione, rappresenta l'ambito fisiologico nel quale può essere facilmente sperimentato un semplice procedimento di organizzazione ritmica regolare. 

Ogni altra esperienza del corpo, dal camminare all'alternanza nel movimento delle braccia, può essere utilizzato per l'individuazione di una struttura ritmica elementare. 

Da ciò può svilupparsi ogni genere di competenza complessa; già la struttura ternaria può sembrare più difficile (questo accade anche a molti studenti di musica!), ma i limiti della capacità di apprendimento non possono essere mai predefiniti in modo rigido.

giovedì 19 maggio 2011

Educazione musicale per tutti. L'insegnamento dell'Orff-Schulwerk

L'educazione musicale è un valore per tutti gli esseri umani, indipendentemente dal fatto che studiare musica sia una scelta professionale ovvero amatoriale, perché coinvolge l'integralità della persona umana, il corpo, l'affettività, la razionalità e la spiritualità; è dunque una forma di educazione integrale della persona, con potenzialità liberatorie e terapeutiche profonde. 

La natura e le competenze pregresse di un cantore o di uno strumentista possono essere di vario tipo, ma l'obiettivo della didattica deve essere sempre quello di sviluppare le potenzialità di ogni persona. Tutte le persone possono imparare a cantare e a suonare a buon livello, a qualsiasi età. 

Questo arricchimento profondo rimarrà una risorsa utile per tutta la vita. C'è un potere vitale della musica che va ben al di là dei limiti del controllo razionale.


Orff Schulwerk
Carl Orff (1895-1982)
L'educazione musicale si può sviluppare, a qualsiasi età della vita, iniziando dalla consapevolezza ritmica mediante movimenti del corpo, procedendo poi alla esperienza della vocalità, dapprima mediante giochi ritmici parlati e successivamente imparando a percepire le potenzialità vocali del nostro corpo (a partire dalla fisiologia della respirazione); ed infine imparando la pratica strumentale e la creatività compositiva, utilizzando i semplici strumenti dello strumentario Orff (percussioni, flauti dolci, xilofoni e metallofoni) e poi strumenti più complessi, come ad esempio il pianoforte, che può dare significative gratificazioni. Ognuna di queste applicazioni porterà ad uno sviluppo delle competenze percettive dell'orecchio.


Orff Schulwerk
Come scriveva il grande pedagogista musicale Carl Orff, "La musica elementare non è mai solo musica; è legata al movimento, alla danza e alla parola, quindi è una forma di musica a cui si deve partecipare, in cui si è coinvolti non come ascoltatori ma come co-esecutori". E lui stesso sottolineava le numerose competenze umane che possono crescere mediante la musica: scoperta, focalizzazione, lavoro di gruppo, pensiero critico, spirito di collaborazione, carattere, fiducia, capacità di prendersi cura degli altri, e molte altre. 

In conclusione, l'educazione musicale sviluppa varie capacità umane anche al di là del fine strettamente musicale!

(articolo scritto il 19 maggio 2011 e ampliato il 27 maggio 2020)

giovedì 28 aprile 2011

Suonare Cantare Star bene


Ti piace l'idea di suonare il pianoforte. Desideri suonare, fare musica, cantare. Vorresti vivere la musica come una esperienza libera e gratificante, che coinvolge e rilassa anche il tuo corpo, oltre ad arricchire la tua mente e la tua vita interiore.

Hai bisogno di esprimere i tuoi sentimenti, le tue emozioni.

Tutte queste possibilità ti sono offerte dalla pratica della musica, tu lo sai, ma non riesci a trovare la strada giusta per realizzare questi obiettivi. Anzi, forse ci hai provato e hai vissuto un'esperienza deludente. Forse ti è rimasto un cattivo ricordo da situazioni del passato. O forse non hai avuto neppure il coraggio di cominciare. Perciò la musica è rimasta lì, ai margini della tua vita, il tuo grande sogno irrealizzato, e questo pensiero si accompagna ad una sensazione di disagio, di difficoltà, forse anche di inadeguatezza. 

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