sabato 23 marzo 2024

Bella porta di rubini: il testo, significato e pronuncia

Bella porta di rubini Parisotti Falconieri

Bella porta di rubini
 è un'aria da camera del compositore napoletano Andrea Falconieri (1585-6 - 1656), che apre la terza parte della celebre antologia di Arie antiche raccolte da Alessandro Parisotti (1853 - 1913).  

Parisotti Arie antiche

L'opera del Parisotti, senza dubbio superata dal punto di vista musicologico e storico, non essendo affatto conforme alla prassi esecutiva del periodo barocco, rimane comunque utilissima per la formazione dei giovani cantanti, che in essa trovano arie antiche molto belle e utilissime dal punto di vista didattico: vi si trova infatti una vastissima varietà di situazioni linguistiche, poetiche e musicali, concentrate in una tessitura prevalentemente centrale e quindi adatta per la prima impostazione vocale. 

Studiamo innanzitutto il testo, curando la corretta pronuncia e spiegando le parole antiche, il loro significato e le metafore in esso presenti.

Il testo è costituito da due strofe di sei versi ottonari ciascuna, con rime ABABCC.

Vediamo la prima strofa:

1 Bella pòrta di rubini

O bella bocca, che sembri una porta di rubini [metafora: i rubini sono pietre preziose di colore rosso]

2 ch'apri il varco ai dólci accènti,

che fai passare dolci parole,

3 che nei risi peregrini

che nei tuoi sorrisi preziosi

4 scopri pèrle rilucènti,

scopri i denti, che sembrano perle piene di luce,

5 tu d'amor dólce aura spiri

tu fai alitare una dolce aria

6 refrigèrio ai miei martiri.

che rinfresca le mie sofferenze.


Vediamo ora la seconda strofa:

7 Vezzosétta e frésca ròsa,

Tu che sembri una rosa graziosa e fresca,

8 umidétto e dólce labbro,

e sei un labbro umido e dolce,

9 ch'hai la manna rugiadósa

che hai un succo umido simile alla manna [metafora: la manna è una sostanza zuccherina prodotta da alcune piante]

10 sul bellissimo cinabro,

sulle labbra rosse, [metafora: il cinabro è un minerale rosso]

11 non parlar, ma ridi e taci;

non parlare, ma ridi e taci;

12 sien gli accènti i nostri baci.

i nostri baci siano le parole che ci diciamo.






venerdì 9 febbraio 2024

Breve storia del festival di Sanremo, da Nilla Pizzi all'autotune

 

Festival di Sanremo
Quando ero bambino seguivo con i miei familiari il Festival di Sanremo, che all'epoca si svolgeva al Casinò. La mia formazione musicale, che innanzitutto è stata stimolata dai miei genitori e dai miei nonni, era ad ampio raggio e, accanto ai precoci ascolti di Bach, Mozart, Beethoven, non era affatto escluso il repertorio pop, che all'epoca veniva definito genericamente "musica leggera".

In realtà, riascoltandole oggi, mi pare che le canzoni degli anni Sessanta avessero spesso una qualità musicale, così come i testi avevano una qualità poetica. La linea melodica era sovente ricercata, generalmente inquadrata nella classica forma-Lied (con tutte le sue varianti) e sostenuta da armonizzazioni non banali. Gli arrangiamenti, poi, erano curati da professionisti di evidente formazione classica, e basati su una strumentazione che utilizzava gli strumenti tradizionali, spesso con il pianoforte in evidenza.

Festival di Sanremo
Negli anni Cinquanta, prima dell'avvento del modello rock and roll, la canzone melodica italiana derivava ancora dalla romanza da camera. I celebri successi di Nilla Pizzi sono precedenti alla mia nascita, ma io sono legato al ricordo di questa cantante per via di un disco che mia mamma mi faceva ascoltare quando ero piccolissimo, con evidente riferimento alla sua affettività materna: "Ascolta, mamma" ed "E' come un cucciolo".

Festival di Sanremo
Poi Modugno e il giovanissimo Dorelli: e qui i miei ricordi sono già diretti, "Volare (Nel blu dipinto di blu)" nel 1958 e "Piove (Ciao, ciao, bambina)" nel 1959. Ero neonato, ma la risonanza di queste canzoni è durata per anni, anche per la bravura indiscutibile dei due cantanti: la bellissima voce e l'autentico swing di Dorelli, la simpatia travolgente e, tra l'altro, la dizione perfetta di Modugno.

Festival di Sanremo
Nei primi anni Sessanta ricordo le partecipazioni di Paul Anka e i trionfi di Gigliola Cinquetti, nel 1964 con "Non ho l'età" e nel 1966 con "Dio, come ti amo", quest'ultima nuovamente in coppia con Modugno. 

Festival di Sanremo
Ricordo bene il successo di Caterina Caselli, con "Nessuno mi può giudicare" del 1966 e l'incontro casuale che ebbi, bambino, con il "Casco d'oro" nel bar della sede RAI di corso Sempione, a Milano.

Festival di Sanremo
Ma in quegli anni a Sanremo potevamo assistere agli esordi di cantautori che poi sarebbero diventati famosi, come Lucio Dalla e Lucio Battisti, e addirittura Giorgio Gaber: tutti artisti che poi percorsero strade diverse e ben distanti dal festival canoro. 

Festival di Sanremo
Mentre Fabrizio De Andrè credo non abbia mai partecipato, ricordiamo tutti la tragedia di Luigi Tenco nel 1967: un artista evidentemente troppo sensibile per potersi inserire in un meccanismo che ovviamente anche all'epoca era condizionato da pesanti interessi commerciali.

Ma gli anni Sessanta sono anche l'epoca delle apparizioni sanremesi di Celentano, con "Il ragazzo della via Gluck" (1966) e con la vittoria del 1970.

Diventano poi di moda i complessi (ricordo in particolare i Giganti e i Rokes) e altri cantautori di qualità, come ad esempio Sergio Endrigo.

E in particolare ricordo la presenza di artisti eccezionali, come Louis Armstrong, Lionel Hampton e Dionne Warwick nel 1968.

Festival di Sanremo

Festival di Sanremo

Festival di Sanremo

Festival di Sanremo
In anni più recenti, ho gioito per il trionfo di Alice (di scuola Battiato) nel 1981. Ricordo anche la bella voce di Anna Oxa e il successo di Roberto Vecchioni nel 2011. 

Per concludere, preferivo quel periodo musicale, senza gli artifici attuali della tecnica totalmente informatizzata, come l'Autotune che salva anche i cantanti più stonati. E nei testi non c'era questa diffusione di volgarità che vorrebbe sembrare "trasgressiva", ma invece è solo mirata a fare  audience.

Infine, non c'era tutto il contorno di discorsi e proclami, più o meno politically correct, come avviene oggi: anzi, ricordo che i cantanti non proferivano parola, e anche i presentatori (a cominciare dal mitico Mike, o dal primissimo Baudo) erano molto sobri.


 

mercoledì 24 gennaio 2024

Quello che la Cortellesi non ha capito di Biancaneve

Cancel culture
Se ancora oggi, purtroppo, la nostra società è tormentata dal problema della violenza contro le donne, la colpa non è di Biancaneve.

Paola Cortellesi mi è sempre stata simpatica: la apprezzavo per le sue qualità di attrice anche quando non era ancora così famosa come adesso. Non ho visto il suo ultimo film, e mi riprometto di andare a vederlo: ne ho letto ottime recensioni.

Ho ascoltato la sua prolusione alla LUISS e ho apprezzato l'umanità dell'artista, che mi è sembrata emozionata e, ciò che più conta, mi pare abbia mantenuto una autenticità della persona, nonostante lo strepitoso successo della sua recente opera, peraltro sottolineato da lei con dati oggettivi. 

Tuttavia ho trovato poco felice quel passaggio del suo discorso che tratta la letteratura per l'infanzia, e in particolare la fiaba. Si tratta di un settore molto complesso, che è stato studiato in modo approfondito non solo dagli studiosi di questo genere specifico di letteratura, ma anche dagli antropologi e dagli psicoanalisti. Utilizzare i codici interpretativi della recente cancel culture mi sembra un'operazione rischiosa e poco corretta, benché indubbiamente molto di moda nel tempo attuale. 

Un errore analogo, e veramente madornale, direi più grossolano rispetto a quello della Cortellesi, fu compiuto anni fa da Margherita Hack, celebre e stimatissima scienziata astrofisica, che ebbe la malaugurata idea di pubblicare un libricino dedicato proprio alla letteratura per l'infanzia; un libricino che penso fu molto venduto, a causa della fama dell'autrice, ma la cui lettura è a dir poco imbarazzante per la sua superficialità, nel suo dileggio per magie ed incantesimi (ricordo che ce l'aveva soprattutto con Harry Potter ...), un dileggio che deriva evidentemente dalla sua abitudine a studiare i fenomeni fisici, la qual cosa richiede un approccio, una procedura, una mentalità affatto diversi da ciò che si richiede al lettore di fiabe.

Kinder und Hausmaerchen
La Cortellesi se la prende con Biancaneve (ed anche con Cenerentola). Innanzitutto occorre precisare che questo titolo non è una invenzione di Walt Disney, con il suo celebre cartone animato del 1937, bensì risale al 1812, con la prima edizione delle Fiabe (Kinder- und Hausmaerchen) dei Fratelli Grimm, a loro volta ispirati ad antecedenti più antichi, che risalgono almeno al seicentesco Giambattista Basile, e ancora più su alle Metamorfosi di Ovidio, e soprattutto ad una tradizione orale millenaria che i Grimm avevano inteso recuperare e consegnare alla letteratura. Troviamo dunque Schneewittchen, con importanti varianti, in tutte le edizioni dell'opera dei Grimm, fino alla settima del 1857.

Anche nel cinema, del resto, Biancaneve non nasce con Walt Disney, ma era stata il soggetto di almeno tre film precedenti, risalenti al secondo decennio del XX secolo. La grande novità di Disney fu soprattutto l'animazione dei bellissimi disegni, che consegnò alla storia il primo lungometraggio in cartoni animati (e, lasciatemelo dire, il primo capolavoro). Tra parentesi, noto che nessuno cita mai Bambi, che a mio giudizio resta il capolavoro assoluto nella produzione disneyana.

Letteratura per l'infanzia
Il problema è che Paola Cortellesi applica una chiave di lettura razionalista e ideologica in un settore letterario che richiede altri parametri di comprensione, come già avevano sottolineato Froebel e i Grimm nel XIX secolo, e prima ancora il Vico: la fiaba non è un racconto realistico, e le chiavi di lettura razionaliste sono inadeguate a spiegarne il senso profondo e le risonanze inconsce nell'animo del lettore.

Carl Gustav Jung e sua moglie Emma Rauschenbach hanno chiarito molto bene, nelle loro opere, il ruolo delle fiabe e dei miti come strumenti necessari di esplorazione dell'inconscio. Il tema, affrontato da Jung a partire dalla sua opera fondamentale Simboli della trasformazione, è stato trattato da Emma in due testi, rispettivamente del 1931 e del 1950, oggi raccolti nel volume Animus e Anima (trad. it. Torino, Bollati e Boringhieri, 1992). Bruno Bettelheim ha dedicato uno studio famoso all'interpretazione psicoanalitica delle fiabe: Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe (1976, trad. it. Milano, Feltrinelli, 1977). Cerco brevemente di chiarire alcuni aspetti.

Innanzitutto, la fiaba, come ogni racconto fantastico, non può essere ridotta ad una sola interpretazione: la polisemia, che caratterizza ogni opera d'arte, richiede il riconoscimento di molteplici chiavi di lettura, anche contrastanti.

Ovviamente il punto di partenza per la comprensione delle fiabe è il limite del razionalismo e la consapevolezza che esiste un inconscio che per noi umani è difficile riconoscere, ma che abbiamo il dovere di portare alla luce. Scrive Emma: "Mentre il razionalismo scientifico ha per lungo tempo trascurato il significato di queste esperienze [ossia dell'inconscio, espresso da miti, fiabe, sogni, fantasticherie], identificando la totalità della psiche con l'Io cosciente, la psicologia medica moderna è di recente pervenuta a concezioni sorprendentemente simili alle antiche credenze di cui si è detto" (p.34). "Le ricerche della psicologia del profondo hanno mostrato che le forme prodotte dalla spontanea attività mitopoietica della psiche non vanno concepite soltanto come semplici riproduzioni o trascrizioni di eventi esteriori, ma come espressione di stati psichici interiori (p.73).

Le varie figure della madre e del padre, delle fate e delle streghe, eccetera, sono archetipi in quanto diffuse ovunque, in ogni epoca ed in ogni cultura umana.

Narcisismo
L'archetipo della donna, in particolare, contiene elementi vari e contrastanti: ecco perché nelle fiabe troviamo fate buone e streghe cattive, così come per l'archetipo maschile troviamo maghi buoni e orchi orrendi. Nella nostra fiaba, troviamo la Matrigna/Strega contro Biancaneve. La Cortellesi ironizza sulla immagine negativa della donna rappresentata dalla Matrigna/Strega, ma essa esiste nella realtà! Ne ho incontrate anche io nel corso della mia vita (accanto a fate buone, maghi benigni e orchi orrendi, beninteso). Negarne l'esistenza significa nuovamente falsare la realtà, cioè fare una operazione analoga a quella che si vuole contrastare. 

A scanso di equivoci, ricordo che anche ad Emma Jung, ovviamente, sta a cuore combattere il pregiudizio di una presunta inferiorità femminile (p.54).

Animus e Anima
Uno degli aspetti fondamentali che Carl ed Emma hanno individuato sta nei concetti di Animus Anima, ossia nella presenza inconscia di una componente maschile nella psiche della donna e di una componente femminile nella psiche dell'uomo. Il problema è diventarne consapevoli, perché se tali componenti restano del tutto inconsce provocano veri e propri disastri, mentre assumerne consapevolezza porta ad acquisire risorse importanti per la propria maturazione psicologica, ciò che Jung chiama individuazione.

Animus Anima hanno, entrambi, caratteristiche opposte e quindi ambivalenti. Il bene e il male convivono in ogni persona, come del resto già sapeva Lutero quando esprimeva il suo celebre motto: Simul peccator et justus. La Jung scrive: "A seconda dei casi, essa [l'Anima] può comparire con caratteristiche opposte, come creatura luminosa o oscura, soccorrevole o distruttiva, nobile o ignobile" (p.58; e cfr. p.91).

L'Autrice tratta anche dello specchio magico, come luogo tipico della narrazione archetipica, perché sollecita il rispecchiamento e quindi l'esplorazione di sé (p.92).

Biancaneve Disney
Anche i personaggi maschili, come quelli femminili, possono avere caratterizzazioni di bontà o di cattiveria e ricordiamo che le qualità morali, inevitabilmente mischiate nelle persone reali, sono estremizzate nel racconto fantastico proprio per assumere una immediata efficacia sull'inconscio del lettore. La Cortellesi ironizza sul maschio che salva la femmina, a cominciare dal cacciatore che dovrebbe ucciderla, ma ne ha compassione: "perché è bella", dice la Cortellesi, forzando evidentemente la narrazione per fini ideologici. No, il cacciatore non la salva perché è bella, ma perché la sua Anima (ossia la sua componente femminile) ha capito che sta per compiere un gesto orrendo e disumano. Emma lo spiega bene: "L'Anima rappresenta la componente femminile della personalità dell'uomo ... in altre parole, essa rappresenta l'archetipo del femminile" (p.73; e cfr. p.84). 

Biancaneve Disney
Al tempo stesso, Biancaneve svolge una analoga funzione di guida, e dunque salvifica, nei confronti dei nani: in questo caso, dunque, è il suo Animus  che la spinge a fare da "maestrina" ai nani, ad esempio istruendoli sulla necessità di lavarsi; e forse non è un caso che, mentre la Cortellesi ironizza sul fatto che lei sarebbe la "colf" dei nani, trascura completamente questo dettaglio, la funzione educativa di Biancaneve sui nani, benché esso abbia ispirato a Disney una delle scene più belle (e, guarda caso, meno citate) del suo film.

Dunque, la funzione salvifica può essere esercitata indifferentemente dall'Animus di una donna, come dall'Anima  di un uomo: e allora non scandalizziamoci, se è un "Principe Azzurro" a far "risorgere" Biancaneve, così come fa Mignolina, una donna, con la rondine, nella celebre fiaba di Andersen. Il Principe, come Mignolina, è metafora dell'amore che salva, che può essere rappresentato da un uomo o da una donna. Comunque, proprio nella scena del risveglio di Biancaneve c'è una importante differenza nel racconto dei Grimm, rispetto al film di Disney: non il bacio del Principe, bensì l'espulsione della mela avvelenata dal corpo della ragazza, determinata da uno scossone nel trasporto della bara, ne provoca il risveglio. 

Biancaneve Disney
Nel racconto poi sono importanti gli animali, creature della natura, che la Cortellesi trascura, sempre per lo stesso motivo, ossia perché la sua lettura è ideologica, parte cioè da un pre-giudizio. Gli animali sono le voci della natura, prevalentemente benefiche, che aiutano la protagonista e la accompagnano nella difficoltà. Molto importante, in questo senso, la presenza di tre uccelli simbolici nella fiaba dei Grimm (non ricordo se siano presenti anche in Disney), venuti a piangere la sua morte: un gufo, un corvo e una colomba, che, secondo il Bettelheim (p.205) sono simboli rispettivamente della saggezza, della consapevolezza matura e dell'amore.

Il mondo incantato
Ho usato volutamente la parola "risveglio", nel finale della fiaba, perché mi sembra esprima bene il suo senso profondo: la storia di Biancaneve è una storia di crescita psicologica, di maturazione che passa attraverso varie prove e, inevitabilmente, alcuni errori. In questo ci è molto utile la lettura di Bruno Bettelheim, che parte da un approccio un po' differente rispetto agli Jung perché, credo, è più legato al modello freudiano. 

Narcisismo
Innanzitutto l'Autore sottolinea il significato dello specchio come strumento del narcisismo (p.195): noi sappiamo bene che il "genitore narcisista" può essere il papà, ma anche la mamma, e in ogni caso produce disastri sui figli ... Il cacciatore è visto da Bettelheim come rappresentante della figura del padre, ma debole (pp.197-8). Deboli appaiono anche i nani, metafora di una umanità non adulta, relegata in una esistenza preedipica (pp.200 e 202), benché dedita al lavoro con impegno (p.201). 

Inconscio
La storia di Biancaneve è vista da Bettelheim come il racconto metaforico di una maturazione progressiva, dall'infanzia alla maturità, che nell'adolescenza trova i suoi momenti di maggiore travaglio critico, comprendente anche errori e cadute: ecco perché la protagonista cade nelle trappole tese dalla Matrigna/Strega. .Dunque, un percorso di crescita, con una conclusione felice, come è terapeutico che sia in una fiaba (altrimenti perderebbe la sua funzione), mentre per la Cortellesi Biancaneve rimane una bambina bisognosa di essere salvata dal maschio: ma, appunto, questa è una lettura razionalista, che rimane legata alla narrazione come se fosse un racconto realistico, cosa che una fiaba assolutamente non è. 

Ovvio che poi ogni racconto possa essere interpretato e quindi trasmesso con funzione ideologica: e quindi ha ragione la Cortellesi se immaginiamo che tantissimi genitori abbiano raccontato Biancaneve come se fosse la storia di una bambina ingenua salvata dal prode maschio. Tuttavia, questo non è il messaggio profondo di questa fiaba.

Concludo con le parole di Emma Jung: "In un'epoca in cui le forze separatrici sono così minacciose e dividono tutto, i popoli, gli individui e gli atomi, è doppiamente necessario che anche le forze unificatrici, quelle che tengono le cose insieme, siano efficaci. La vita si basa sull'armonico accordo del principio maschile con quello femminile, anche all'interno della singola persona; ecco perché la congiunzione di questi opposti rappresenta uno dei compiti più importanti della psicoterapia contemporanea" (p.115). Parole che dovrebbero stare a cuore a chiunque intenda combattere la piaga del sessismo.

Dunque, se ancora oggi, purtroppo, la nostra società è tormentata dal problema della violenza contro le donne, la colpa non è di Biancaneve.

martedì 2 gennaio 2024

Il mio ricordo di Gianni Rugginenti

Rugginenti

Gianni Rugginenti
è stato un grande editore musicale ed io ho avuto l'onore e il piacere di conoscerlo e di apprezzarne da vicino le straordinarie qualità umane. Non è stato soltanto un imprenditore che mi ha dato fiducia e che ha risposto con efficace attenzione alle mie proposte di pubblicazione; è stato qualcosa di più e di molto più importante: l'incontro con lui mi ha dato la possibilità di verificare, tramite la sua testimonianza, che si può essere uomini di successo e di fortuna senza perdere la propria autenticità. Pur avendolo incontrato in un numero relativamente piccolo di occasioni e (purtroppo) solo negli ultimi anni, posso senza dubbio affermare di aver trovato in lui un amico, di cui conserverò un significativo ricordo nel mio cuore.

E' venuto a mancare lo scorso 21 settembre, all'età di 77 anni, ma io ho saputo la notizia con grande ritardo, ne sono venuto a conoscenza solo il giorno di Natale. Non mi vergogno affatto a confessare che la tristissima notizia mi ha commosso fino alle lacrime.

Avevo avuto un sospetto di questo, perché circa un mese fa lo avevo "taggato" su un social, per esprimergli la mia riconoscenza, e lui non aveva risposto, cosa che mi era parsa strana, conoscendo la sua istintiva empatia.

Alcuni anni fa avevo deciso di contattarlo per fargli una proposta di pubblicazione editoriale; avevo immaginato che avrei conosciuto uno dei tanti manager affermati, con i quali, nel migliore dei casi, si instaura un rapporto di formale collaborazione, nel quale spesso il proponente viene un po' guardato dall'alto in basso, soprattutto se non ha già una referenza consolidata.

Rugginenti

La mia sorpresa fu già al primo contatto telefonico e fu poi confermata nell'incontro che avvenne nel suo ufficio di corso Venezia a Milano. Non fui accolto da un freddo manager, bensì da una persona di eccezionale affabilità, che subito mi mise a mio agio. Conobbi così il celebre sorriso che ha dato spunto anche al titolo della sua biografia.

Nella bella sala di ricevimento, dove ammiravo un bel pianoforte a coda, ci sedemmo non ai due lati opposti di una scrivania, bensì ad un tavolo tondo che aiutava subito a ridurre le distanze formali e ad instaurare un rapporto di comunicazione aperta e sensibile. Con grande attenzione egli ascoltò le mie proposte e iniziò quindi a prendere appunti su una agenda.  

Uno degli aspetti che più mi colpì fu un dettaglio che può sembrare insignificante: passando dal salone una impiegata della sua azienda, egli, dopo avermela presentata, le chiese il favore di prepararci due caffè e ci tenne a precisare che tale richiesta non era certo un obbligo di mansione della sua dipendente. Un piccolo dettaglio, quindi, che però mi fece capire lo stile dei rapporti umani che si respirava in quell'ambiente. Così come il suo accompagnarmi personalmente fino all'ascensore o addirittura, in occasioni seguenti, al portone del pianoterra. 

Nei successivi incontri che seguirono a questo primo la nostra conoscenza si approfondì e andò a toccare i temi a lui più cari, la sua fede, la militanza nell'Azione cattolica, che si intrecciavano con le mie esperienze, pur differenti; un dialogo sollecitato anche da una Appendice che avevo inteso aggiungere al mio testo: intitolato Musica e Bibbia nella scuola primaria, questo mio scritto rappresenta uno dei lavori ai quali tengo maggiormente e per questo motivo avevo pensato di inserirlo in coda al mio libro.

Pedagogia musicale

Il grande editore si era messo a disposizione dell'ultimo arrivato tra i suoi autori, seguendo passo passo la nascita del mio libro ed esprimendo il desiderio di approfondire con attenzione e con estrema cura, ma anche con grande semplicità e fiducia, il completamento del lavoro.

Abbiamo continuato ovviamente a darci del  "lei", come si è sempre usato fra persone perbene, che si stimano e si apprezzano, ma non per questo si considerano al livello di compagni di scuola o di merende; non quindi il "tu" così generalizzato e banalizzato, con la sua evidente derivazione dallo "you" americano; e tuttavia posso senz'altro affermare di avere trovato in lui un vero amico.

In uno dei nostri ultimi incontri mi salutò dicendo: "Sta già pensando al prossimo libro?". Sono segni di incoraggiamento che fanno bene, e non costano nulla. Però spesso si lesinano, forse per la paura di inorgoglire troppo l'interlocutore. Ma lui evidentemente non si preoccupava di queste formalità, la sua empatia lo portava d'istinto a capire cosa avrebbe fatto star bene la persona che aveva di fronte.

Ci sono coincidenze che forse non sono tali, volendo approfondirne i significati: ad esempio, tantissimi anni fa, più di quaranta, avevo ascoltato con entusiasmo quel gruppo di medici milanesi, riuniti sotto il nome di "Mnogaja Leta" (che è una formula augurale della liturgia bizantina) e che cantavano gli spirituals afroamericani: solo molto recentemente ho scoperto la grande amicizia che li legava a Rugginenti. Se poi penso che il Mnogaja Leta si ispirava esplicitamente al Golden Gate Quartet, che mio padre amava molto e mi faceva ascoltare da bambino; e che per molti anni si è esibito nella rassegna estiva di Caldonazzo, dove io ho trascorso le vacanze di questi giorni, il cerchio delle coincidenze non casuali si chiude in modo perfetto: c'è una logica, una logica superiore, spirituale, la stessa in cui credeva Rugginenti. 

Volontè editore

Si dibatte spesso sul valore della fede, e spesso lo si denigra, anche con qualche ragione, quando la fede diventa solo ripetizione meccanica di abitudini familiari o sociali, oppure rappresenta una risposta facile ad interrogativi che si vogliono chiudere senza approfondimento. Ben altra cosa è la fede autentica, quella che sostanzia la vita di una persona e la rende effettivamente più umana. La fede di Rugginenti era autentica e profonda, e questo si avvertiva non tanto e non solo dalle sue esplicite affermazioni, ma anche e soprattutto dallo stile di vita e dalle relazioni che sapeva instaurare con le persone che incontrava, fossero esse i suoi dipendenti, oppure i suoi autori più acclamati (Bastien, Surian, Fadini, e tantissimi altri) o anche l'ultimo arrivato nella sua Casa, come è capitato anche a me.

Una grande testimonianza, dunque, che conserverò per sempre nella mia memoria, come esempio e anche come incoraggiamento, nei momenti in cui anche a me a volte sembra che tutti siano cattivi e disumani: per ricordarmi che questa generalizzazione non è vera.

Rugginenti

Grazie, dunque, carissimo Gianni Rugginenti, anche per quell'ultimo messaggio che ci siamo scambiati in una chat: avendo lui pubblicizzato, con discrezione e simpatia, il volume che racconta la sua vita, io gli scrissi che senz'altro l'avrei comprato, e lui mi rispose con un "Grazie, Professore!", seguito da un cuore, un simbolo assai abusato nella nostra epoca, ma che ritrova il suo autentico significato se mandato da una persona autentica, come era lui.


giovedì 21 dicembre 2023

The first Nowell e Here we come a wassailing, due nuove armonizzazioni

The first Nowell
Antoine Le Nain, c. 1640
The Adoration of the Shepherds, Angels and Child



Per questo Natale 2023 ho preparato due nuove armonizzazioni di canti natalizi. Il primo è The first Nowell https://www.sheetmusicdirect.com/se/ID_No/1431107/Product.aspx Il secondo è Here we come a wassailing https://www.sheetmusicdirect.com/se/ID_No/1439807/Product.aspx Le due armonizzazioni si possono definire di livello “facile intermedio” per l’esecuzione, che può essere affidata a cori amatoriali anche non particolarmente esperti. The first Nowell è un canto tradizionale inglese, celeberrimo, probabilmente di origine dalla Cornovaglia, antico ma divenuto popolarissimo nell’Ottocento grazie alla raccolta di Christmas Carols del 1823. Racconta dell’annuncio degli angeli ai pastori e dell’apparizione di una stella.
Here we come a wassailing
Wassailing

Here we come a wassailing
risale al XVII secolo e si riferisce all’antica tradizione del wassailing, ossia dell’andare di porta in porta con intento augurale. Il testo dice: Eccoci arrivati all’andare di porta in porta, Tra le foglie così verdi, Eccoci qui a vagabondare, Così bello da vedere. Amore e gioia vengono a te, e anche a te, il tuo ospite, E Dio ti benedica e ti mandi un felice anno nuovo.
Per questo Natale 2023 ho preparato due nuove armonizzazioni di canti natalizi.

Christmas Carols
Correggio, Adorazione dei pastori, 1530, Dresda